Yemen, il conflitto dimenticato dal mondo

La capitale San'a', dal grande valore culturale, è una delle città più pericolose al mondo (Wikipedia)

San’a’ – Tra le bellezze di San’a’, che fu edificata da Sem, figlio di Noè, e immortalata nel 1970 in uno dei film di Pasolini, si aggirano guerriglieri armati, pronti a rapire e uccidere pressappoco chiunque, e mentre il sud del paese è stato difficilmente recuperato dalle forze armate ufficiali, il nord è ancora in mano alle tribù islamiche. Questo è lo scenario dello Yemen, uno dei due stati della penisola araba che affaccia sull’Oceano Indiano, e che ormai da anni è vittima inerme del terrorismo associato ad Al Qaeda.

In pochi sanno che lo Yemen riunificato si è creato solo nel 1990, dopo una storia quasi secolare di divisione – a seguito del crollo, nel 1922, dell’Impero Ottomano – tra il nord, retto prima dall’imam Yahya ibn Muhammad e poi divenuto una repubblica, e il sud di ispirazione marxista che ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1971.  La riunificazione, tuttavia, non ha portato a una maggiore coesione nazionale, così com’era durante l’impero, ma anzi ha esacerbato la vocazione belligerante dei due popoli, e delle numerose tribù che regolano la vita di molti stati di stampo islamico.

L’avvento di Al Qaeda, poi, ha contribuito in maniera decisiva a quella ribellione che ha di fatto impedito al governo di San’a', pur legittimato e sostenuto dagli sforzi della comunità internazionale, di controllare lo Yemen nella sua interezza; per questo si spiega la pur dolorosa rinuncia di lasciare il controllo della ex Repubblica Democratica, o Yemen del nord, alle truppe di guerriglieri islamisti.

La scena politica, in questo contesto di perenne guerra civile, è stata dominata da Ali Abdullah Saleh, che perpetrando un modello tipico di diversi stati africani ha prima governato sullo Yemen del nord, rimasto senza guida con l’assassinio di After al-Ghashmi nel 1978, e poi sullo Yemen unito, in maniera ininterrotta, dal 1990 al 2012 quando, a seguito di una lunga malattia, ha lasciato il potere nelle mani del suo storico vice, Abd Rabbuh Mansur Hadi. Dopo aver rifiutato l’offerta di assistenza sanitaria e “asilo politico” in Italia, Saleh si è recato prima negli Stati Uniti, poi in Etiopia e infine, dopo un contestato ritorno in patria, si è recato in Arabia Saudita, salvo poi far di nuovo ritorno nello Yemen, pur nella definitiva assenza di potere.

La fine del regime trentennale di Saleh, tuttavia, non ha impresso la spinta pacificatrice che ci si sarebbe potuta aspettare, e così lo scorso 7 marzo, trentuno tra ministri degli Esteri e capi di gabinetto si sono riuniti a Londra, dove si è tenuto un meeting degli Amici dello Yemen, tra i quali figurano, oltre alla new-entry della Svizzera, le principali potenze europee: Italia, Germania e Regno Unito.

Qui si è discusso del supporto alla ricostruzione democratica dello stato arabico, e di come si possa, in un luogo assolutamente strategico per il commercio (le coste dello Yemen includono lo stretto di Bab-el-Mandeb, passaggio obbligato per le navi che navigano attraverso il canale di Suez), garantire la sicurezza dei flussi commerciali, oltre ovviamente alla stabilità interna. L’Italia, alla presenza del ministro Terzi, si è fatta portavoce di una volontà concreta di aiutare lo Yemen, che vive una situazione, soprattutto socio-sanitaria, particolarmente drammatica.

È la stessa Farnesina, infatti, che nello sconsigliare agli italiani di recarsi in viaggio – a qualsiasi titolo, turistico o commerciale che sia – nello Yemen, informa sulle numerose criticità sanitarie, tra le quali figurano epidemie di morbillo (con decine di vittime in pochi mesi), febbre dengue, poliomielite e leishmaniosi cutanea, una delle parassitosi più gravi e violente conosciute in ambito clinico, e che proprio nel Medio Oriente ha i suoi focolai più attivi, a causa della quasi totale assenza di vaccinazioni e di condizioni igieniche minime.

I combattenti fedeli ad Al Qaeda: il conflitto con le forze regolari ha fatto migliaia di morti dal 1991 a oggi (Reuters)

Come se non bastasse, poi, i circa 24 milioni di yemeniti convivono con una struttura legislativa e giudiziaria influenzata dalla Shari’a, che vede una estesa applicazione della pena di morte (per omicidi, adulteri, apostasia e omosessualità), risultando così il quinto paese al mondo per numero di condanne capitali, dopo Cina, Stati Uniti, Iran e Corea del Nord, e più in generale con un’organizzazione dello Stato assolutamente deficitaria, seppur “giustificata” dall’impossibilità di sconfiggere i focolai di ribellione armata che, anche in tempi recenti, hanno portato anche a rapimenti di numerosi cittadini stranieri (compreso il carabiniere italiano Alessandro Spadotto, che fu liberato dopo una prigionia di pochi giorni).

Alla luce di quanto detto, è facile assimilare la situazione yemenita a quella della Somalia, che ha tuttavia intrapreso i primi sforzi per dotarsi, dopo venti anni di guerra civile, di un assetto democratico. Lo Yemen, per contro, soffre ancora oggi sotto la presidenza Hadi di un legame troppo forte con quel passato liberticida che ha contribuito a determinare la situazione attuale, per la quale si muove l’Occidente, seppur scontrandosi con la generale indifferenza dell’informazione e dell’opinione pubblica, rivolta ai conflitti in Afghanistan e alle minacce iraniane, ma sorda all’altrettanto drammatica guerra che insanguina lo Yemen, culla di civiltà e di dolore.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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