World Press Photo of the Year, Samuel Aranda: “credo nel ruolo sociale della fotografia”

world press photo of the year

La foto vincitrice del World Press Photo of the Year 2012

Il World Press Photo of the Year è il più importante premio mondiale di fotogiornalismo organizzato dalla Fondazione World Press Photo. Ormai giunto alla 55 edizione, scopo del premio, come si legge nel sito della Fondazione, è quello di trovare quella foto che «non solo è la sintesi fotogiornalistica dell’anno, ma che raffiguri un evento o una situazione di grande rilievo giornalistico raccontandolo in un modo che dimostra sensibilità visiva e creatività». Non solo quindi una buona tecnica fotografica. Per l’edizione 2012 l’ambito premio è andato al fotografo spagnolo Samuel Aranda, classe 1979. La foto in questione è stata scattata il 15 ottobre 2011 a Sanaa, nello Yemen, e rappresenta una donna che stringe un uomo rimasto ferito  negli scontri avvenuti durante una manifestazione contro il presidente Ali Abdullah Saleh.

Invitato a Napoli dall’Associazione Neapolis Art, associazione che organizza a Napoli mostre per le più belle fotografie al mondo e dove ovviamente non possono mancare quelle del World Press Photo, il fotografo racconta che significato ha per lui la fotografia. Per prima cosa spiega come nasce la fotografia vincitrice: «Era il 15 ottobre 2011 e c’era una manifestazione nella capitale dello Yemen, i franco tiratori bombardarono e morirono 15 persone. Per sfuggire entrai in una moschea dove era stato allestito un ospedale da campo. E’ là che ho ritratto Fatima e suo figlio Said di 18 anni intossicato dai lacrimogeni». Molti hanno paragonato la foto alla pietà di Michelangelo: «Quando ho vinto il premio un giornalista mi chiamò per intervistarmi e mi chiese della foto che assomigliava alla “Pietà”. Ma io vengo da una famiglia comunista e non sono religioso, così non conoscevo la scultura che ritrae la Madonna e Gesù. Andai subito a documentarmi su internet. Spesso si vogliono apporre etichette a tutto, per me la foto è semplicemente quella di una madre e di un figlio. Ma se grazie a una foto una signora italiana che vede la mia foto resta colpita perché le sembra un quadro e così si interessa allo Yemen è una cosa positiva».

Ed è proprio questa necessità di raccontare con le immagini gli accadimenti più drammatici del nostro pianeta che lo hanno portato a girare per il mondo: ha seguito i percorsi dell’immigrazione in Mali, Algeria, Canarie, Mar Rosso; è stato a Gaza tra il 2005 e il 2006 e durante la guerra del Libano nel 2006; è stato in Colombia, in India, in Kosovo e ha immortalato la Primavera Araba tra Tunisi, l’Egitto e lo Yemen. Per Aranda la fotografia non è solo una passione ma un lavoro con un alto valore sociale in quanto con un semplice scatto si possono raccontare fatti, accadimenti, luoghi, personaggi, popoli in una maniera forse anche più semplice e allo stesso tempo diretta e di maggiore impatto che un testo ben scritto può fare. Ed è lui stesso a confermarlo: «Alla fine degli anni ’90 Barcellona viveva un momento di rivoluzione: da un lato i lavori per il Forum della Cultura con cantieri per la ristrutturazione ovunque, dall’altro le rivolte sociali e le occupazioni represse duramente. Spesso i giornalisti non avevano accesso nella zona periferica dove vivevo io così iniziai a scattare foto e i giornali a comprarle. Capii che l’impatto di un’immagine sui giornali è fortissima e che è una forma di lotta per il cambiamento più efficace del tirare pietre. Se non avessi fatto il fotogiornalista sarei stato un rivoluzionario. Credo molto nel ruolo sociale della fotografia».

Samuel Aranda

Il fotografo spagnolo Samuel Aranda

Il suo lungo girovagare l’ha portato anche a Napoli dove racconta con le sue immagini l’aspetto più drammatico di questa città, ovvero il suo legame con la camorra. Va quindi a Scampia, nei quartieri Spagnoli e vive in contatto diretto con i ragazzi del posto, li fotografa, fotografa il degrado di quei luoghi. Ecco come descrive la sua esperienza nella città partenopea: «ho avuto la fortuna di conoscere dei giovani vicini alla camorra che mi hanno indirizzato, mi hanno fatto entrare nelle case. Un ragazzino di 14 anni dei quartieri Spagnoli che non ha un posto dove andare a giocare è facile che cada nelle maglie della camorra. Questo non giustifica, ma fa comprendere perché a Scampia e tante famiglie lavorano a contatto con la camorra: è perché non hanno alternative. Perché la camorra finisca bisogna prendere i bambini e farli studiare e costruire il parco verde più grande del mondo a Scampia». E tutto questo è riuscito a trasmetterlo nelle sue foto, un lavoro ben articolato in bianco e nero che da degli spaccati molto interessanti, quasi inediti, della situazione di Napoli. E a chi gli chiede se ha paura, lui risponde così: «Ho paura perché altrimenti sarei un pazzo, ma questo è il lavoro che ho scelto e che amo».

 

Stefania Galli

foto|| worldpressphoto.org

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews