Wikileaks: quello che nessuno dovrebbe sapere sulla guerra in Afghanistan

La sfida al mondo del portale creato per pubblicare documenti riservati

di Francesca Penza

A dicembre 2006 fa la sua comparsa sul web Wikileaks. Il sito nasce su una versione modificata di MediaWiki – il software usato anche da Wikipedia – ed è ospitato da un provider svedese. La vera particolarità del nuovo portale è il tipo di informazioni che ospita e diffonde: documenti, governativi o aziendali, coperti da segreto, mantenendo il massimo riserbo sull’identità di informatori, giornalisti, scienziati, dissidenti che collaborano al progetto.

Grazie a Wikileaks il mondo ha saputo quello che accadeva a Guantánamo. L’ultima fuga di notizie – leak in inglese vuol dire proprio “fuga di notizie” – risale al 25 luglio 2010: Wikileaks rivela a tre importanti giornali – The New York Times, The Guardian, Der Spiegel – notizie riservate sulla guerra in Afghanistan.

I 92 mila documenti presentati, relativi al periodo dal 2004 al 2009, rivelano la realtà sconvolgente e politicamente scomoda del conflitto afghano, il lato oscuro della luna che mai avrebbe dovuto mostrarsi al mondo. I punti più interessanti della documentazione riguardano i rapporti con l’alleato Pakistan e le regole d’ingaggio “segrete”:

- le truppe statunitensi avrebbero ucciso un numero consistente di civili durane scontri che sono passati del tutto sotto silenzio;

- il Pakistan avrebbe permesso ai suoi servizi segreti di incontrare capi talebani per organizzare gruppi di combattenti contro i soldati americani;

- i servizi segreti pakistani avrebbero collaborato con al-Quaeda per realizzare attacchi contro le truppe Usa;

- esisterebbe, all’interno del contingente statunitense, un’unità segreta col mandato di uccidere, anche senza processo, qualsiasi talebano.

Le due parti coinvolte mantengono le posizioni ufficiali precedentemente assunte e, mentre il Pakistan respinge le accuse e gli Stati Uniti stanziano altri 500 milioni di dollari in aiuti da inviare al paese suo alleato, il presidente afghano Hamid Karzai dichiara che in realtà nei documenti non ci sarebbe nulla di nuovo.

Dalla Casa Bianca a rispondere è il generale James Jones, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama, che ritiene l’accaduto un pericolo per gli Stati Uniti e per gli alleati e una minaccia per le forze armate in Afghanistan, oltre al fatto che la pubblicazione dei documenti rappresenta una violazione delle leggi federali.

Julian Assange, fondatore di Wikileaks

Ma il biasimo di Stati Uniti e Pakistan – a cui si aggiunge l’indignazione della Gran Bretagna – non turba Julian Assange, fondatore di Wikileaks, in possesso di migliaia di documenti classified sulla guerra in Afghanistan.

“È compito del buon giornalismo parlare degli abusi di potere, e quando gli abusi di potere sono messi in luce, c’è sempre una reazione contraria” sono state le parole, perfettamente in linea con la tradizione dei muckrakers americani, con cui lo stesso Assange – giramondo sin dall’infanzia, irrintracciabile e di certo destinato a divenire una leggenda dei nuovi media –  ha risposto al coro di contestazioni.

Del resto Assange non è impreparato quando si tratta di trovarsi nell’occhio del ciclone. Già lo scorso aprile un video con le immagini di un bombardamento a Bagdad – in cui morirono undici civili, compresi due reporter della Reuters – aveva messo in serie difficoltà i responsabili del sito.

Il caso “Collateral Murder” (http://www.collateralmurder.com/) è di nuovo balzato agli onori della cronaca perché presto inizierà il processo a Bradley Manning, soldato ventiduenne, esperto informatico, attualmente detenuto in una base militare in Virginia.

Dopo un’adolescenza da nerd – quelli che da noi sono erroneamente definiti “secchioni un po’ sociopatici” – un fortuito viaggio nel Massachusetts lo avvicina agli ambienti libertari degli hacker del Mit e questo sconvolge il suo punto di vista sulla professione che ha intrapreso e su quello che vede nelle sue vesti di analista dell’intelligence per l’esercito statunitense.

Il 12 maggio 2010 – poco più di un mese dopo la pubblicazione del video – avrebbe riferito al giornalista Adrian Lamo di essere la fonte del materiale incriminato. A tradire Manning è lo stesso Lamo che riferisce la conversazione all’esercito (http://www.boingboing.net/2010/06/19/wikileaks-a-somewhat.html) e denuncia il comportamento potenzialmente dannoso del soldato.

I capi d’imputazione sono otto. In sostanza Manning è accusato di aver “comunicato, trasmesso e consegnato informazioni sulla difesa nazionale a fonti non autorizzate”. In caso di condanna, tornerà ad essere un uomo libero quando avrà settantaquattro anni.

Eroe o traditore, Manning è di certo un simbolo.

Wikileaks è la fucina in cui viene forgiata la nuova informazione, una forma evoluta di giornalismo partecipativo.

Dopo anni di grossi sforzi bellici, di soldati americani deceduti e di dubbi, torna ad aleggiare lo spettro della violazione dei diritti umani e gli americani sono sempre più stanchi della situazione, sempre più incapaci di riporre fiducia nel governo e sempre più chiusi nel proprio americanismo.

E l’Italia? Si, ci siamo anche noi.

A quanto pare nel 2007 il nostro Paese – in pieno secondo governo Prodi, con Arturo Parisi ministro della Difesa – accettò di rinforzare il contingente italiano in Afghanistan, a patto che la cosa non venisse resa pubblica a condizione che la cosa non fosse trasmessa a governi o persone non americani. Dai file relativi all’Italia emergono le tensioni tra Prodi e George W. Bush jr e gli attriti in seguito alla morte di Nicola Calipari: gli Stati Uniti spinsero perché si riconoscesse la non competenza del tribunale di Roma relativamente alle azioni di guerra. Lo scorso dicembre il contingente italiano avrebbe preso in custodia – e caricato su un C-130 diretto in Italia – un prigioniero pakistano precedentemente in mano agli americani. Il perché continua ad essere un mistero. I documenti che riguardano il nostro Paese sono diverse centinaia.

La popolarità di Wikileaks continua ad aumentare – lo testimoniano le ricerche su Google e la fan page su Facebook – chiaro sintomo di un’opinione pubblica che vuole essere informata, che sceglie di documentarsi su canali non ufficiali.

La speranza era in fondo al vaso di Pandora. Scavando in Wikileaks corriamo il rischio di trovare la consapevolezza.

Foto | via http://marcotoresini.blogspot.com; http://it.peacereporter.net; http://www.uomoplanetario.org

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2 Risponde a Wikileaks: quello che nessuno dovrebbe sapere sulla guerra in Afghanistan

  1. avatar
    Anonimo 28/08/2010 a 13:27

    Banale a dirsi, forse, ma Wikileaks non è che l’ennesima conferma di come gli organi d’informazione ufficiali siano del tutto inadeguati a fornire un quadro della realtà anche soltanto vicino al vero. Non deve stupire quando ci sono di mezzo governi, servizi segreti e un business come la guerra. La speranza è che molti ottimi giornalisti che lavorano per questi media passino all’altro fronte, quello di Assange (cui è dedicata la copertina della scorsa settimana di “Internazionale”)e che questi sia capace di restare la voce super partes che pare essere in questo momento

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  2. avatar
    francescadorothy 29/08/2010 a 00:12

    Sono d’accordo, ma c’è da dire che l’opinione pubblica dovrebbe sforzarsi per uscire dallo stato di catatonia in cui versa. I giornalisti dovrebbero decidersi ad uscire da certi giochi di potere, ma la gente comune deve aprire gli occhi. Il punto è che cercano sempre più di renderci tutti uguali e lobotomizzati: istruzione di livello sempre peggiore, notizie irregimentate, poca promozione di ricerca e cultura. Se Wikileaks – e non solo – continuerà a tutelare certi principi va benissimo,purchè questi sforzi non cadano in un terreno sterile.

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