Welcome to the Freakshow: il mancato disco della maturità per gli Hinder

Gli Hinder sono uno dei gruppi americani di spicco all’interno del filone del rock duro da classifica. In giro da ormai un decennio abbondante, il quintetto dell’Oklahoma capitanato dall’ugola graffiante di Austin Winkler è passato attraverso un ottimo successo commerciale, soprattutto negli Stati Uniti, con il secondo ed il terzo album. Se Take it to the Limit (2008) li aveva fatti conoscere anche in Europa, All American Nightmare (2010) ne aveva consolidato la fama e ne aveva sottolineato le potenzialità di rock band capace di scrivere sia grandi ballate da classifica che brani duri e al passo con i tempi. Questo ultimo album aveva rappresentato per molti il trampolino di lancio per gli Hinder verso il successo definitivo, facendo presagire un quarto capitolo discografico importante che ne celebrasse la definitiva maturità. L’attesa prova del nove è comparsa nei negozi in questi giorni ed ha purtroppo deluso le aspettative: Welcome to the Freakshow (questo il titolo del nuovo album) è un disco privo di mordente e poco coraggioso, nel quale gli Hinder svolgono il compitino senza stupire. In perenne equilibrio tra un sound duro sullo stile dei Buckcherry e uno più commerciale sulla falsa riga dei Nickelback più catchy, gli Hinder dimostrano con questa prova discografica di seguire più la seconda faccia del loro sound, infarcendo la scaletta con numerosissime ballate alla lunga molto stancanti.

Non mancano gli episodi buoni, come Save Me e Freakshow, pesanti e azzeccate in termini di sonorità e impatto o See You in Hell, costruita su un ottimo riffone: impossibile non ritrovarsi a muovere il capoccione avanti e indietro durante l’ascolto di questa canzone, accattivante, dura e ruffiana al punto giusto.

Purtroppo i pochi brani di buon livello affogano nel mare di ballate che popolano questo album, alcune stancanti fin dal primo ascolto, come Talk to Me, la scontata I Don’t Wanna Believe e la poppeggiante Anyone But You, che avrebbe fatto una figura migliore in un disco dei Backstreet Boys. C’è anche spazio per brani già sentiti, come Ladies Come First e Wanna Be Rich, forti di un sound di facile assimilazione ma troppo simile a sonorità già ampiamente utilizzate in passato dagli stessi Hinder.

Austin Winkler, voce degli Hinder (foto via: flickriver.com)

Tirando le somme si può tranquillamente dire che Welcome to the Freakshow non è solamente il mancato disco delle conferme e della piena maturità, ma rappresenta anche un grosso passo indietro rispetto al buon lavoro che fu All American Nightmare. Un songwriting scontato e che ormai avrebbe bisogno di una massiccia iniezione di freschezza e la scelta quanto mai discutibile di ingolfare l’album con un numero altissimo di ballate, seguendo una operazione che può riuscire bene solo a maestri di lentoni rock con Aerosmith o Bon Jovi. Questi gruppi però hanno dalla loro una esperienza lunghissima e una capacità di scrittura e arrangiamento fuori dal comune, una caratteristica che, non ce ne vogliano, gli Hinder non possiedono nemmeno lontanamente.

Rammarico quindi per un disco che doveva essere il migliore della loro discografia, ma che ha finito per essere un flop. In questo contesto colpiscono ancora di più le dichiarazioni del cantante Austin Winkler che ha affermato come durante le sessioni di registrazione gli Hinder abbiano scritto circa trenta canzoni, dalle quali poi sono state selezionate le undici che compongono l’album. Se queste sono le tracce migliori ci domandiamo quanto prive di mordente potessero essere le canzoni scartate. Un disco che rischia di non fare felici nemmeno i fan più oltranzisti della band di Oklahoma City, che rimarranno probabilmente delusi dopo l’ottimo All American Nightmare di due anni fa.

Alberto Staiz

Foto homepage: http://rockmusicreport.com

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