Voto Milanese: ma chi vuol dire addio a Berlusconi?

Marco Milanese

Marco Milanese

RomaMarco Milanese, deputato Pdl indagato per corruzione, associazione a delinquere e rivelazioni di segreto d’ufficio, non sarà oggetto di arresto preventivo come richiesto dalla procura di Napoli.

Il Parlamento si è espresso sulla delibera della Giunta per le autorizzazioni a procedere: 312 a favore e 305 contrari; Milanese rimane indagato ma è libero e la maggioranza ha evitato il capitombolo. Fin qui la cronaca.

Ora, che il voto su Milanese avesse assunto il colore di un test di tenuta del Governo non stupisce. Sono 20 anni che ogni passo dell’Esecutivo rientra nella logica del ribaltone, e non è neppure detto che ciò sia necessariamente un cattiva abitudine. Al contrario.

Potrebbe essere il sintomo della vitalità delle varie forze politiche all’opposizione, se la consuetudine non implicasse l’ossessione antiberlusconiana. Il che riduce esponenzialmente il campo di manovra delle sinistre, le quali non si oppongono ad un’idea, ad una prospettiva politica o ad un progetto governativo per introdurre il proprio (dicasi anche alternativa), ma si oppongono al premier, Silvio Berlusconi. Pochino per un’intero schieramento politico ma questa è storia vecchia. O meglio, è faccenda molto attuale ma così tanto discussa da essere venuta a noia. Allora andiamo oltre.

Governo – Il realtà quello che sorprende dopo il voto su Milanese è che malgrado il Cavaliere non sia più un leader accentratore, sia ormai poco gradito a parecchi dei suoi, sia inseguito da toghe fuori controllo e sia oggetto di osservazione di organi economici nazionali ed internazionali nel pieno di una bufera finanziaria senza precedenti; malgrado tutto ciò, si diceva, le opposizioni non riescano ad ottenere la sfiducia in Parlamento.

Eppure l’occasione non mancava. Torniamo ad un paio di giorni fa: l’agenzia di rating Standard & Poor’s aveva appena declassato l’Italia, il presidente di Confidustria Emma Marcegaglia aveva esternato di nuovo il proprio disappunto contro l’operato dell’Esecutivo, la maggioranza era andata sotto 5 volte in Parlamento, i processi al premier avevano fornito nuovi spunti gossipari e la Lega era nel solito conflitto tra bossiniani e maroniani per il voto su Milanese. Di spazio per agire contro il premier ce n’era in abbondanza. Invece, nulla di fatto ancora una volta.

Domanda: ma non sarà che nessuno, in realtà, voglia davvero rinunicare a Berlusconi?

Il quid non è nuovo. Già Francesco Verderami, analista politico del Corriere della Sera, se lo chiede da tempo e da qualunque punto di vista la si osservi, la risposta sembra sempre affermativa.

Opposizione – Le sinistre, per esempio, ci guadagnerebbero poco. Se si andasse al voto anticipato o altra forma di Governo, i compagni sarebbero costretti a passare dalle parole ai fatti ovvero governare. E qui i nodi verrebbero al pettine perché da sempre i compagni hanno inconciliabili opinioni sul Welfare, divergenze sul sistema pensionistico, controversie sulla gestione dell’Economia. Neppure sulla riforma elettorale (pur necessaria) hanno un unico punto di vista. Se è vero, come è vero, che per approvare una legge servono i voti in Parlamento, a posto stanno.

E la manovra? Anche qui, grane. Dopo aver strombazzato l’ingiustizia dei provvedimenti passati in finanziaria, ora dovrebbero tirare fuori dal cassetto una legge più convincete delle 10 proposte elencate dal buon Gigi Bersani tempo fa, tanto striminzite da non suscitare neppure l’interesse del giornale amico, La Repubblica.

E poi c’è la magistura. Il braccio armato di intercettazioni della Legge. Il corpo che si irride dei divieti costituzionali e dei rimproveri del Capo dello Stato, per fini squisitamente politici.

Si dirà: finché se la prendono con Berlusconi, tanto di riguadagnato. Sbagliato, perché le intromissioni della Giustizia mediatica nei destini dei Governi sono ormai così ingombranti che nessuno ne è esente. Neppure Romano Prodi riuscì ad evitarle e fecero cadere il suo pericolante Esecutivo. (Per gli smemorati: l’inchiesta Why not dell’ex pm e attuale sindaco di Napoli, Luigi de Magistris). E lui era Prodi, mica un Vendola qualsiasi.

saveri romano
Il ministro delle Politiche agricole, Saverio Romano, raggiunto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e 2 richieste di archiviazione

Figurarsi cosa accadrebbe al Pd tutto, già terremotato da tangenti, presunti finanziamenti illeciti e, da ieri, anche probabili collusioni mafiose nelle ultime primarie partenopee.

Insomma, pare che Berlusconi, volente o nolente, sia il fulcro di un sistema che si è strutturato intorno a lui. Un’architettura ventennale nella quale, il Cavaliere è il parafulmine e l’opposizione resta in seconda fila, meno esposta, più sicura e non obbligata a ripensare se stessa. Per molti anni, questa è stata una strategia diciamo “vincente”. Solo che ogni giorno che passa e ogni test all’Esecutivo che viene votato dalle Camere (a proposito, il prossimo è tra una settimana per decidere la sfiducia al ministro Saverio Romano), si avvicina il momento di dire addio alla seconda fila e arrivare in prima. Al governo. A quel punto, tanti auguri.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it

 

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