VIDEO – MoRE museum, il museo per progetti d’arte rifiutati o non realizzati

MoRE

MoRE museum (dspace-unipr.cilea.it)

Siamo abituati a contemplare un’opera così com’è, finita, per le suggestioni che la sua potenza estetica ci impone. Un’Arte che sia anche idea irrealizzata, rifiutata, può risultarci inusuale e, forse, inquietante. MoRE museum, a Museum Of REfused and Unrealised Art Projects valorizza esattamente quest’Arte, raccogliendo, conservando ed esponendo «on-line progetti non realizzati di artisti del
 XX e XXI secolo».

Nato da un’idea di Elisabetta Modena e Marco Scotti il 1 aprile 2012, il MoRE museum è un’autentica rivoluzione della concezione secolare non solo dell’attività museale, ma soprattutto dell’opera in quanto tale. Prende spunto per intenzioni e temi dal progetto multimediale di Tate e Channel 4 Gallery of Lost Art, curato da Jennifer Mundy e strutturato da studio ISO, e si rifà esplicitamente alle esposizioni e interviste di Hans Ulrich Obrist e di Roberto Pinto sul non-realizzato.
Vive sul web, la sua collezione permanente è un archivio di progetti in formato digitale; ospita mostre temporanee e ha una sezione interamente dedicata a interventi critici e approfondimenti.

“Entriamo” in un Palazzo d’Arte Virtuale. La prima sala è dedicata a One MoRE Year, mostra per il primo compleanno del Museo – ricorrenza da festeggiare questo mese – che ripercorre le tappe salienti della ricerca svolta sul non realizzato. L’allestimento della mostra non fa altro che rispettare la natura del museo: non si tratta, infatti, di una raccolta di riproduzioni digitali che rimanda a oggetti reali, (come, per esempio, fa egregiamente Google Art Project), ma di una collezione di oggetti digitali e digitalizzati, che finalmente, pur se mai realizzati, trovano il modo di essere fruiti, in maniera diversa.

Arriviamo alla Sala 2 Il Non Realizzato, il Museo, l’Archivio e non vediamo l’ora di passare alla terza Opere rifiutate e non realizzate: le motivazioni. Saliamo le scale del Gran Rifiuto e ci ritroviamo alla quarta sala Opere rifiutate e non realizzate: la commitenza. La quinta è Il Ruolo del Curatore e chiudiamo la visita con la sala delle Memorabilia.

MoRe museum non è un raccoglitore digitale di opere, ma un prezioso spazio che salva centinaia d’impulsi creativi dal limbo dell’irrealizzato, studiandone le forme e i motivi.

Leggiamo sul manifesto del MoRE che ogni Autore può donare al museo opere che non siano state realizzate «per
 motivazioni tecniche, logistiche, ideologiche, economiche, morali o etiche» in formato online, e che «la conservazione del progetto all’interno del museo non preclude all’artista la possibilità di realizzarlo in
 altro contesto o in altra forma».

Le firme dei presenti sono tutte di alta caratura: dalle mancate sculture di Grazia Varisco e Paolo Scheggi, alle composizioni urbane solo ideate da Valerio Berruti e Debora Hirsch, fino alle istallazioni sognate da Silvio Wolf, passando per le riflessioni sull’Arte del taccuino di Cesare Pietroiusti e i progetti di Jeremy Deller,  Luigi Presicce, Davide Mosconi, Jonathan Monk, Ivo Bonacorsi e Davide Bertocchi. Schizzi e appunti che trascendono tutti l’idea stessa di opera.

Il MoRE, infatti, ha il grande merito di invitarci a valutare il gesto creativo come un miracolo, più di qualunque Museo d’Arte moderna. Contemplando l’estetica di una scultura compiuta, d’un dipinto finito, non sempre riusciamo a cogliere il segreto di ogni pennellata, di ogni movimento dello scalpello, dell’idea che è l’essenza dell’opera. Visitando gli spazi virtuali del MoRE questa riflessione torna ad essere fondamentale: l’oggetto artistico non esiste, il protagonista è l’impulso “prima” dell’Arte o, se volete, “oltre” l’Arte.

Taccuini Pietroiusti

Pagine del taccuino di Pietroiusti (moremuseum.wordpress.com)

Per questo l’esposizione del MoRE è anche spaesante e inquietante. Ci ritroviamo a contemplare astrazioni, senza avere nessun legame fisico, materiale, con l’Arte. Ma il MoRE non ha velleità di sostituire l’incompiuto al compiuto, piuttosto di studiarne le relazioni: svolge innanzitutto un’attività ricerca, alla luce del recente dibattito accademico.

E, soprattutto, non bisogna dimenticare che il non finito è il rito di ogni artista, lo ha insegnato Michelangelo, lo ricorda Cesare Petroiusti: «Perché mi piace l’idea di un museo di opere non realizzate? Forse perché dico spesso che per un artista è meglio non cadere nella convinzione di avere ‘fatto’ un’opera. Perché l’opera ‘fatta’, finita, costringe ad un atteggiamento luttuoso: il lutto per un’idea, per un’energia, per un gesto perduti. L’opera d’arte è necessariamente incompleta, insatura, a-venire. In questo senso, le opere non realizzate sono le più radicali».

Fabrizio De Gregorio

 

One MoRE Year from MoRE museum on Vimeo.

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