Vespa Raid to Armenia: Safranbolu – Istanbul

Finalmente turisti: il Vespa Raid to Armenia si ferma a Istanbul sulla strada del ritorno

Esterno moschea blu

Vespa Raid to Armenia, il viaggio in Vespa di Marco e Viviana attraverso 5 Paesi.

PERLA TRA LE MONTAGNE - Al mattino veniamo svegliati dalla luce del giorno che penetra nella stanza. La camera è tutta in legno scuro in stile ottomano e, credeteci, garantisce una buona dose di relax. La colazione viene servita nel giardino interno dove, il suono più fastidioso, risulta essere quello degli uccellini. Ci sistemiamo e, poco dopo, entriamo nuovamente nel centro ad assaporare la vita quotidiana del paese. Le strade sono animate dai venditori che, dai loro negozi, escono nelle piccole stradine dove affacciano le loro attività. Non sono invadenti, ma gentili e, il loro sguardo, ci segue con curiosità in ogni nostro movimento. Ci fermiamo nella pasticceria della piazza principale dove assaporiamo dei sublimi dolci al pistacchio, anche se la qualità del pistacchio turco non può competere con quello italiano.

Ritornati in albergo per ripartire, vengo utilizzato come “comparsa” da parte di una comitiva di giapponesi uscite fuori dal nulla. Anche la proprietaria dell’albergo assiste divertita l’improvvisato set fotografico. Un consiglio, se capitate a Safranbolu, recatevi all’Hammam. Noi non abbiamo avuto tempo ma, un motociclista incontrato sulla strada, ci ha riferito di essere uno tra i migliori visti e provati in vita sua.

ROTTA PER ISTANBUL - Prima di ripartire ci fermiamo al benzinaio alle porte della città per sostituire la ruota posteriore che presenta il battistrada completamente usurato. Una volta completata l’operazione da Viviana rimontiamo tutto per ripartire ma, per tutta sorpresa, il Piaggio non da alcun segno di vita. Roba da non credere! Il mezzo é superingolfato e, solo dopo trenta minuti di tentativi ed escamotage, riusciamo a farlo riavviare producendo una dose letale di fumo azzurro da intossicare mezza città. Ma anche in questo abbiamo trovato un lato positivo. Abbiamo conosciuto il benzinaio, Ishan: un uomo gracile di bassa statura, pelle scura come il cuoio ed il volto scavato dall’età. Gli mancano alcuni denti ma, il suo sorriso, è proprio genuino. Non parla inglese e ci capiamo con i gesti. Durante tutto il tempo nella stazione di servizio, Ishan ci ha aiutato oltre al classico thè. Si vedeva che era desideroso di aiutarci e noi l’abbiamo giustamente ringraziato portando con noi il ricordo della sua spontaneità. O meglio, abbiamo visto in Ishan le qualità ed il carattere del popolo turco: semplicità, generosità e ospitalità.

Interno moschea blu

Salutiamo Ishan e Safranbolu, il mezzo ha ripreso a girare e non vogliamo capitare nel traffico infernale di una città con dodici milioni di abitanti in un venerdì sera di agosto. La strada é ottima. Attraversiamo le montagne fino a Bolu dove, stranamente, diventa pianeggiante. Arrivati sul mare, nel porto di Izmir, il trafgico inizia ad aumentare. Siamo a venti chilometri da Istanbul e, i primi segni, non sono tra i più incoraggianti per chiunque abbia l’intenzione di affrontare la megalopoli di petto.

INGORGO INFERNALE - Dopo due chilometri, tutti i veicoli in strada sono fermi per il traffico. Noi, seguendo le usanze dei motociclisti del posto, procediamo sulla corsia d’emergenza. Dopo quarantacinque minuti di sorpassi, attraversiamo nuovamente il ponte sul Bosforo che, ahimè, ci riporta nuovamente in Europa. Prendiamo l’uscita per il quartiere di Besiktaş dove attraversiamo viali con enormi e modernissimi grattacieli. Dobbiamo andare nel quartiere di Fatih, in prossimità di Sultanameth. Questa zona si trova sulla penisola europea tra il “Corno d’oro” (il Mare di Marmara) e il Bosforo. Attraversiamo il caotico Besiktaş e, dopo alcune informazioni sulla strada, attraversiamo il “Galata Bridge” dopo essere rimasti estasiati dalla splendida visuale delle randiose moschee illuminate a giorno sul profilo della penisola.

Finalmente, dopo venti minuti di sali e scendi tra le vie tra Sultanameth e Fatih, troviamo il nostro albergo dove scaraventiamo le cose e usciamo a vedere la città. Dopo essere entrati nella zona sbagliata (vicino alla moschea di Suleymane) riusciamo ad uscire indenni senza alcuna sorta di turbativa. Strade buie e gang di persone che vivono nella loro strada come se fosse il loro territorio, non sono elementi da poco nella valutazione istantanea del livello di pericolo. Se poi aggiungiamo che, quando siamo entrati, due pattuglie della Polis si sono fermate all’ingresso del quartiere e che, poco dopo, abbiamo incrociato un bambino di nove anni circa per strada (a mezzanotte) che fumava come l’ultimo dei peggiori tabagisti di Istanbul. Va beh, dopo quaranta minuti ci fermiamo a cenare sul “Galata Tower“. Conclusa la cena troviamo un tassista che ci riporta in albergo. Troppo grande questa città. Il pensiero che domani faremo i turisti non mi consola, meglio settecento chilometri di Piaggio.

Viviana nella Moschea Blu

TURISTI PER CASO - Dopo una colazione ignorante a base di uova strapazzate, ci rechiamo a visitare la Moschea Blu. L’edificio fu eretto dal sultano Ahmet I, che ha dato il nome a questa zona della città. Viene chiamata Moschea Blu per le migliaia di ceramiche blu che decorano deliziosamente gli interni. È munita di sei minareti che, ai tempi dell’edificazione, fecero scandalo poiché considerato un tentativo di competizione con l’architettura della Mecca. Per entrare bisogna adottare alcuni accorgimenti tra i quali: pantaloni lunghi e spalle e capo coperto per le signore. Io non ho bisogno di alcunché poiché mi mimetizzo perfettamente con i locali. Viviana ha preso il velo da indossare nei baracchini sulla strada della fila. Prima di entrare dobbiamo togliere le scarpe.

Una volta dentro, una sensazione di felicità pervade i nostri animi. La moschea è immensa: i lampadari bassi e larghissimi con centinaia di lampadine ad incandescenza, le centinaia di migliaia di maioliche blu colorano la luce che penetra dagli ampissimi e imponenti finestroni e le scritte in arabo sono alcuni degli elementi che rendono magico questo luogo. Non si comprende la magnificenza della cultura islamica se non si è entrati almeno una volta nella moschea blu di Istanbul. Siamo un centinaio di turisti, tutti con il naso all’insù ad ammirare la grandezza e la dimostrazione empirica della tradizione culturale medio-orientale . E’ un luogo emozionante.

Dopo circa venti minuti usciamo nel colonnato interno dove, l’intensa luce, ci regala una splendida immagine della struttura. Dopodiché, ci dirigiamo nella basilica di Aya Sofya, considerata una delle cattedrali più belle del mondo. Ed è vero. La cattedrale rappresenta la massima espressione della commistione tra le culture presenti ad Istanbul nel corso dei millenni: prima cattedrale cristiana – ortodossa, poi centro della religione cattolica e, infine, moschea. Oggi è museo e, secondo noi, rappresenta uno tra i migliori luoghi culturali del mondo. Sono contemporaneamente presenti degli splendidi mosaici cristiani, l’iconografia ortodossa e la strabiliante calligrafia araba.

Vista ristorante 360 Istanbul

Mentre camminiamo ci imbattiamo in una tomba: Enrico Dandolo. La cupola sembra essere lontanissimo dal pavimento e, le persone che camminano al pian terreno, sembrano delle formiche viste dalla galleria superiore. Non contenti, proseguiamo il nostro tour in direzione del Palazzo Topkapi, gioiello di architettura imperiale con diverse funzione nel corso dei secoli, posizionato sul promontorio tra il Mar di Marmara e il Bosforo. Al suo interno sono custoditi ed esposti i gioielli del tesoro dei Sultani tra cui il famoso “diamante del fabbricante di cucchiai” da ottantasei carati. Concluso il giro, siamo piegati dalla stanchezza e, quindi, ci dirigiamo in albergo sui gomiti. La sera, per concludere alla grande, andiamo a mangiare al ristorante “360”, vicino a piazza Taksim. La vista sulla città è mozzafiato, tutta Istanbul illuminata attorno a noi. Soddisfatti della cena, torniamo in albergo, domani visita al Gran Bazar e via, si ritorna in Grecia. Forse.

Marco D’Agostino

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