Verso Copenaghen: i parchi naturali paladini del clima

Il ruolo strategico delle aree protette nel contrasto degli effetti del riscaldamento globale

hein-van-den-heuvel-forest-pathCi sono voluti decine di studi scientifici, centinaia di specie animali e vegetali perse per sempre e (soprattutto) migliaia di vittime e milioni di dollari di danni causati da eventi meteorologici estremi perché il cambiamento climatico diventasse, almeno sulla carta, un tema centrale nelle preoccupazioni dei governi di tutto il mondo.

Per i parchi naturali, invece, la protezione del clima rappresenta da sempre (anche da prima che diventasse un obiettivo conclamato) una conseguenza diretta del loro lavoro quotidiano a difesa della natura. In tutto il mondo come in Italia, dove i parchi tutelano una parte significativa del patrimonio forestale nazionale. Sono ben 820mila, infatti, gli ettari di boschi preservati – e correttamente gestiti – all’interno dei confini delle aree protette italiane, una superficie superiore a quelle di Molise e Valle d’Aosta messe insieme, e che assorbe ogni anno una quantità di gas serra stimata in 145 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti.

Un “servizio” che presenta anche dei risvolti economici di grande rilievo. Secondo una stima del Teeb (The economics of ecosystems and biodiversity), infatti, lo stoccaggio del carbonio atmosferico nelle foreste protette garantisce, alle latitudini dell’Italia, benefici quantificabili in oltre 728 dollari per ettaro (fonti: ten Brink e Bräuer 2008; Braat, ten Brink et al. 2008). Quindi, calcolatrice alla mano, i boschi tutelati dai parchi italiani valgono, solo dal punto di vista della riduzione delle emissioni a effetto serra, quasi 600 milioni di dollari.

Un discorso che, se è vero per i boschi e i prati, è forse ancora più significativo per le foreste sottomarine, le praterie di posidonia e le colonie di fitoplancton che popolano i nostri mari, e che i parchi e le aree marine protette (Amp) contribuiscono a proteggere (sono circa 190mila gli ettari di superficie marina e oltre 600 i chilometri di costa tutelati dalle Amp e dagli altri parchi naturali). Grazie alla loro attività fotosintetica, infatti, gli organismi vegetali marini concorrono al sequestro della CO2 atmosferica in misura anche maggiore rispetto alle piante terrestri, come dimostrato da numerosi studi scientifici. Un’importante azione biologica di stoccaggio del carbonio che si aggiunge all’assorbimento di CO2 da parte del mare.

BCCoastalForestMa le foreste protette (terrestri e marine) non “si limitano” a sequestrare il carbonio atmosferico, riducendo la concentrazione di gas climalteranti nell’aria. Rappresentano anche uno strumento impareggiabile in termini di adattamento all’effetto serra, regolando, ad esempio, il microclima delle aree in cui sorgono, oppure prevenendo quei fenomeni di dissesto idrogeologico e di erosione costiera che proprio il riscaldamento globale rende più intensi e frequenti (e che il presidente Napolitano ha recentemente indicato come una priorità assoluta per l’Italia).

Oltre, naturalmente, a costituire l’habitat ideale per migliaia di specie animali (sono 57mila, in totale, quelle che abitano le aree protette), a mantenere intatte le caratteristiche del paesaggio, anche sommerso, che ha reso l’Italia famosa nel mondo e a rappresentare una preziosa risorsa per diversi settori dell’economia (turismo, pesca, birdwatching, raccolta di funghi, apicoltura, immersioni subacquee, snorkeling, etc). Basterebbe dunque la conservazione del patrimonio forestale, terrestre e marino, a dimostrare la centralità dei parchi nella grande sfida al cambiamento climatico.

Ma questo non è l’unico fronte sul quale le aree protette esprimono da sempre impegno e competenza. I parchi italiani, ad esempio, tutelano la maggior parte delle zone umide ancora presenti nella Penisola: torbiere, paludi, saline e acquitrini, che hanno anch’essi un ruolo di primo piano nel sequestro della CO2 atmosferica (a livello globale, nonostante occupino soltanto il 6% della superficie del pianeta, le zone umide immagazzinano il 35% del carbonio terrestre – Fonte: Wwf), oltre a rappresentare un elemento cruciale per la conservazione della biodiversità, avicola e non solo (in Italia, quasi il 50% delle specie di uccelli è legato agli ambienti umidi – Fonte: Wwf). Ancora: le aree protette esercitano sul territorio, non soltanto verso i bambini, un ruolo educativo d’importanza strategica.

ATT00001Sono centinaia le attività di educazione ambientale destinate a promuovere consapevolezza e sensibilità sui temi ambientali (si veda, solo a titolo di esempio, il progetto Vividaria, che la Federparchi realizza da tre anni insieme all’Institut Klorane e che è dedicato proprio ai temi della biodiversità vegetale e del cambiamento climatico, oppure l’iniziativa Parchi per Kyoto, promossa con Kyoto Club e AzzeroCO2 per sensibilizzare il pubblico sugli obiettivi del Protocollo).

Per non parlare delle numerose attività portate avanti dalle aree protette nel settore delle fonti rinnovabili e dei progetti di cooperazione internazionale dedicati ad attività di forestazione (o di gestione sostenibile di foreste già esistenti) in Paesi in via di sviluppo. Da ogni punto di vista, dunque, i parchi rappresentano dei modelli e delle autorità in materia di protezione del clima. Un ruolo strategico che i rappresentanti dei Governi e delle istituzioni devono riconoscere e adeguatamente valorizzare. In questo senso, la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen potrebbe essere senza dubbio un’occasione irripetibile.


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