Van Dyke Parks, Songs Cycled e il coraggio di trarre novità dal ‘vecchio’

Van Dyke Parks (consequenceofsound.net)

La copertina di "Songs cycled", il nuovo album di Van Dyke Parks (consequenceofsound.net)

Possibile mai che a tirare fuori uno dei dischi più interessanti di questo ultimo paio di mesi sia un signore settantenne di nome Van Dyke Parks? Questo la dice molto ma molto lunga sulla reale capacità di selezione di certe case discografiche riguardo artisti, solitari o in gruppo, capaci veramente di produrre materiale nuovo, stimolante, incisivo o perlomeno di fare dell’orecchio degli ascoltatori un veicolo di sempre nuovo coinvolgimento sia emotivo che tematico.

Degli anni ’60 e ’70 parlare è fiato sprecato. Degli ’80 si può narrare tutto l’hardcore di questo mondo, il post punk, la wave, certe evoluzioni elettroniche, ambient o hard rock/metal. Dei ’90 la memoria deve ancora rinsavirsi dai salvifici frastuoni grunge, crossover, industrial, stoner e hard blues. E il 2000? Che si può dire del 2000? Finto rock debosciato per fighetti con le camicette attillate e gli scarpini lustrati? No, non può essere. Il nuovo millennio non può godere, a livello mainstream, solo ed esclusivamente di pop ultracommerciale (d’accordo, lo era anche quello degli ’80, ma con che suoni e con quali strutture…) o di continue riesumazioni di generi trascorsi, tra l’altro con suoni mai veramente rinnovati e disposti anche abbastanza male nel marasma di composizioni sempre uguali e onestamente noiose se non insensate.

È davvero più energico un disco di Aidan Baker o degli Stars Of The Lid. Che fanno ambient e, in esso, riescono ad esprimere molte più suggestioni di un qualunque lavoro rock attuale (intendendo il rock che fanno finta di gradire riviste di settore, pubblico e soci vari). Ma, d’altra parte, cosa si può definire “nuovo”? Un suono? Un particolare artista? Un insieme di arrangiamenti? Un genere intero? O forse un’opera tralasciata, poco pubblicizzata e men che meno trasmessa dalle eminenti stazioni radiofoniche di settore? Quando, nel giro di non troppi mesi di distanza, uscì il poker The fragile (Nine Inch Nails), Origin of symmetry (Muse), Kid A (Radiohead) e Lateralus (Tool), sentivamo sulla pelle il dolce dolore del cambiamento seminale. Possibile mai che nell’agosto 2013, più di dieci anni dopo, un unico spunto di innovazione stilistica, o quantomeno riferibile a certe intenzioni comunicative, debba provenire da chi il suo mestiere lo fa da più di quarant’anni?

Se Songs cycled, infatti, il nuovo lavoro, appunto, di Van Dyke Parks, arriva a ben quindici anni di distanza dall’ultima pubblicazione (il disco dal vivo Moonlighting) e diciotto dall’ultima opera composta da brani inediti (Orange Crate Art) magari c’è anche qualche motivo. La ragione più attendibile potrebbe essere quella, quindi, della sua provenienza dalle amicizie collaborative con gente del calibro di Ry Cooder, Byrds, ma soprattutto sua eminenza Brian Wilson, capostipite dei Beach Boys e ultraperfezionista autore di capolavori epocali come Pet sounds e Smile (quest’ultimo, non a caso, rimasto inedito addirittura fino al 2004 in seguito alle ripetute nevrosi del suo autore). Con questo cosa si vuol dire? Si vuol dire semplicemente che il signor Van Dyke Parks, come il suo ex biondino amico, una cosa non la fa se non ha la pur approssimativa certezza di farla in maniera quantomeno perfetta.

E allora ecco spuntare un album tanto semplice e diretto nei contenuti (per la maggior parte addirittura politici, cosa alquanto inusuale per il vecchio Van Dyke) quanto estremamente ricco e stratificato in arrangiamenti a dir poco maniacali seppur affidati ad una “orchestra” ridotta ma mista tra ukulele, archi, pianoforte, mandola, percussioni (poche) e quanto altro possa essere ancora più inusuale (forse) nell’epoca corrente. Ma è proprio questo il punto: essere inusuali, temporalmente asimmetrici, eppure così innovativi. Come mai?

A tratti sembra di sentire ancora la folle mano da infinite sovraincisioni del Phil Spector seduto dietro il mixer con una pistola tra le mani pronta da usare se non si sta alle direttive dittatoriali. Fortunatamente qui a farla da padrona è una malattia compositiva evoluta in separata sede, in solitaria ed infinita pazienza, assimilando davvero tutto quello che si può cogliere da un’intera vita passata a scarabocchiare su spartiti imparando la lezione giorno dopo giorno fino a diventarne insegnanti.

E allora largo al recupero di vecchie intenzioni con l’aggiornamento del fare evolutivo, come quello che ha sempre voluto miscelare sonorità caraibiche alle strutture californiane classiche (Wedding in Madagascar), alle influenze semidistorte delle atmosfere da pura Montmartre dei tempi artisticamente andati miscelate con andamenti latini (Dreaming of Paris, Money is king) e stratificazioni da puro musical postmoderno (Black gold, Wall street) fino a toccare quasi l’essenza da “main theme” per soundtrack immaginarie (The parting hand) fino a raggiungere un picco di suggestione jazz pianistica (The all golden) se non proprio romantico-strumentale (Amazing graces).

Van Dyke Parks (guim.co.uk)

Van Dyke Parks (guim.co.uk)

Difficile dire “somiglia a” o “mi ricorda questo o quello”, in verità. In Songs cycled (che, non a caso, fa anche il verso al semi-omonimo esordio del 1967, Song cycle: disco sfortunatissimo proprio perché troppo sperimentale per l’epoca, quindi non capito dagli amanti del surf) il settantenne Van Dyke Parks propone esattamente tutto quello che manca alle proposte attuali: il coraggio di sperimentare o di far sperimentare, la consistenza del proprio voler ad ogni costo tentare di imboccare vie nuove consapevoli dell’altissimo rischio di fallire e conoscere ben presto il dimenticatoio. Van Dyke Parks gioca (in verità fa molto sul serio) nel riprendere, sì, la via vecchia ma unicamente allo scopo di cercare di tracciarne una nuova. Il paragone, certo, è da schiaffi, ma, volendo, non siamo molto lontani da quello che combinarono, a loro modo, divinità come Igor Stravinskij, Edgar Varèse o Béla Bartòk con le strutture tradizionali.

Se, in qualche modo, si vuole osare per progredire davvero, insomma, occorre mettersi in discussione, non nascondersi dietro l’ombra delle terre già esplorate. Al di là di ogni genere, al di là di ogni logica. Ma che cos’è, poi, la logica?

(Foto: consequenceofsound.net / guim.co.uk / telegraph.co.uk)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/T7orqnAZmYA[/youtube]

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