Urs Lüthi: il poeta del nulla

Ultimo mese di vita per “Just another story about leaving”, la mostra dell’artista svizzero al Macro di Roma

di Stefano Gallone

"Lüthi weint auch für sie"

È la sincerità fatta persona, anzi immagine fotografica, quella lacrima persa sul viso scarno e scavato del tempo che fugge inesorabile, volto che “piange anche per noi” immobilizzato sul pilastro centrale del secondo piano dell’ala destra del Museo d’Arte Contemporanea di Roma (Macro) in via Reggio Emilia. È l’inizio di una fine, quella fatidica scoperta assimilata e mai lasciata al suo evolversi naturale distratto da sentimenti pendolari forsennatamente insonnoliti: non siamo nulla se non pura e oggettiva materia di passaggio su di un pianeta nato per caso. La nostra vita, pertanto, non può che essere un più o meno lungo e triste viaggio verso il vuoto di ciò che segue la scomparsa fisica dell’individuo.

È questo il messaggio che lo svizzero Urs Lüthi (Lucerna, 1947), sessantenne coraggiosissimo artista ipercontemporaneo (professore all’Accademia di Belle Arti dell’università di Kassel, Germania), lancia a chi si lascia quotidianamente alle spalle l’idea di dover tornare cenere. Per quanto si tratti di un concetto decisamente crudo, diretto e spietato nella sua pur sincera condivisione di intenti, è, di certo, una riflessione profonda e non insensata che ha condotto e caratterizzato l’intera esistenza di un uomo (prima che di un artista) che del pensiero ha fatto un genuino mezzo di condivisione di stati d’animo, emozioni e (perché no) speranze volte ad un’unica aspirazione: siamo soli nel complesso universo di noi stessi, perciò cerchiamo almeno di scambiare un briciolo di comprensione reciproca. L’estrema sincerità e il cuore aperto con cui Lüthi parla alle anime di chi si avvicina alla sua opera sconvolge per il (nonostante tutto) positivo eccesso di passione verso se stesso non tanto in termini di apparente narcisismo autoreferenziale quanto in luce di una convinta considerazione della propria persona fisica come vera e propria cavia umana per testare gli effetti reali delle dinamiche temporali sull’ “oggetto-uomo”.

Urs Lüthi con la figlia Maria all'inaugurazione della mostra al Macro di Roma

Il percorso della grande sala espositiva, dunque, si delinea secondo questo potente concetto di consapevole autolesionismo interiore che non lascia scampo a particolari spiritualismi salvifici. Lüthi è spietato e non lascia nemmeno la prospettiva di una via di scampo da un torpore provocato paradossalmente a fin di bene verso un’umanità che ama e che vede scomparire lentamente con estrema sofferenza. A volte, l’eccesso di dolore provoca consenziente passione, specie in chi interiorizza un dolore esistenziale così potente da rendersi artefice di ogni pensiero, di ogni gesto. “Autoritratto a mani vuote”, piccola scultura in alluminio, accoglie l’umanità nel cuore del suo estremo significato: una grigia autorappresentazione dell’artista (come tutto il resto) con naso da clown e nelle vesti di santo e uomo di legge che scandisce, però, a chiare lettere l’intera poetica lüthiana: puoi credere in me, in Dio o nella potenza morale dell’arte quanto vuoi, ma lo scherzo che l’esistenza ti gioca sta nel fatto che l’unica cosa da poterti donare non è altro che il nulla. Se la vita intera, allora, è soltanto un lungo viaggio la cui partenza equivale alla nascita (“leaving”: abbandonare, lasciare) e l’unico arrivo corrisponde al solo traguardo plausibile e verificabile (la morte), “The remains of clarity” espone il concetto di deterioramento fisico e morale attraverso una serie di autoritratti fotografici assemblati a distanza di tempo l’uno dall’altro, mentre le “Nature morte” espongono con determinazione una composizione scenografica di tratti di vita quotidiana permeata sempre e solo da dettagli di ineluttabile predilezione del concetto di scomparsa (scheletri di dinosauri in miniatura, pietre preistoriche, ritratti nel ritratto dell’artista stesso). L’unica fonte di vera speranza, forse, è trasmessa dalla videoinstallazione centrale “Ex voto XVI”, doppio schermo per due DVD sincronizzati, in cui ad una serie di macchie nere su fondo bianco, poste a simboleggiare quasi una sorta di ecografia, si affianca la figura della bionda figlia dell’artista, Maria, in atteggiamento danzante; il tutto è incorniciato dal fondamentale sonoro riempito dal battito del cuore del’artista stesso miscelato con l’impercettibile pulsazione cardiaca del frutto del proprio seme: quale miglior messaggio se non quello di una profonda, radicata e ombrosa speranza dell’esistenza di qualcosa (una nuova vita?) oltre l’oblio definitivo della morte corporale (paradiso/inferno, reincarnazione?).

In permanenza fino al 5 di aprile.

 

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2 Risponde a Urs Lüthi: il poeta del nulla

  1. avatar
    Anonimo 15/03/2010 a 22:12

    Complimenti per l’articolo!
    Magdalène

    Rispondi
  2. avatar
    Riccardo 15/03/2010 a 22:15

    Sei un ottimo giornalista…
    Complimenti!
    Riccardo

    Rispondi

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