Un americano a Roma: Edward Hopper

Arriva alla Fondazione Museo Roma la mostra del grande pittore statunitense

di Laura Dabbene

Edward Hopper, Autoritratto (1925-30)

ROMA – Dopo l’esperienza della mostra milanese di Palazzo Reale, straordinario successo in termini di affluenza di visitatori e risonanza mediatica, ora tocca a Roma, nella sede del Museo Fondazione Roma, accogliere le tele e i disegni di uno dei più celebri ed apprezzati geni artistici americani: Edward Hopper.

Direttamente dal Whitney Museum di New York, che già durante la vita di Hopper ne acquistò molti lavori e che dopo la morte dell’artista, per volontà della moglie Josephine, è divenuto proprietario di un importante lascito di documenti, arriva il curatore Carter E. Foster per presentare, in conferenza stampa, questo cruciale evento espositivo. Fortemente voluta da personaggi come Vittorio Sgarbi e il professor Emmanuele Emanuele, presidente del Museo Fondazione Roma, che da almeno tre anni sostenevano la “necessità” di portare in Italia le opere di questo pittore, la mostra accoglie i visitatori in uno scenario suggestivo, facendoli entrare direttamente all’interno di uno dei quadri più famosi di Hopper, I nottambuli (Nighthawks, 1942), sapientemente ricostruito dagli allestitori a grandezza naturale.

Il percorso della mostra si snoda attraverso due linee guida principali, una di successione cronologica delle diverse esperienze formative di Hopper, dal soggiorno parigino all’iniziale attività come grafico e illustratore, fino alla maturità artistica negli anni trascorsi senza più allontanarsi dagli States, ed una di scelta di nuclei tematici che costituiscono l’essenza della sua produzione e che, isolati nelle diverse sale, offrono una visione non sincronica, ma diacronica, di alcuni soggetti come la figura femminile, nella sezione intitolata L’erotismo di Hopper, oppure se stesso, nella zona dedicata agli AutoritrattiOltre 160 i pezzi esposti, appartenenti a tutti gli ambiti di tecnica artistica coltivati da Hopper: accanto ai più famosi capolavori realizzati ad olio su tela, da Soir Bleu del 1914 a Second Story Sunlight del 1960, passando attraverso i dipinti in cui la sua modella, la moglie Josephine, esprime quel senso di attesa che tanto caratterizza la produzione dell’artista (Morning Sun e A Woman in the Sun), si trovano le incisioni e soprattutto una moltitudine di disegni e schizzi, a matita, carboncino o penna, tra cui moltissimi studi preparatori per opere poi realizzate su tela. Proprio questo è tra gli aspetti più interessanti e scientifici della mostra, l’aver esposto a fianco dell’opera dipinta i bozzetti che ne mostrano la genesi, esplicativi della meticolosità di un artista che, oltre ai differenti punti di vista, sperimentava anche diverse possibili soluzioni cromatiche, annotando sui disegni dove apporre i differenti colori: stupefacente l’esempio di The Sheridan Theatre (1937) accompagnato da bel 14 disegni preparatori.

A Woman in the Sun (1961)

L’attenzione di Hopper per la realtà è sorprendente. Dall’osservazione dell’esperienza quotidiana, da quella della vita a Parigi di inizio Novecento a quella della provincia americana degli anni ’30-‘60, Hopper realizza opere che, anche quando vuote di figure umane, fanno della luce la protagonista principale, capace di riempire lo spazio e il tempo e diventare efficace medium comunicativo di emozioni, sentimenti, sensazioni. Per questa capacità di osservare e cogliere il reale, oltre che di usare la luminosità del naturale, nel saggio di Vittorio Sgarbi, all’interno del catalogo edito da Skira, Hopper è accostato a Caravaggio. Sempre nel catalogo, comprensivo di interventi che trattano del pittore americano sotto molteplici e stimolanti punti di vista, è certamente lo scritto di Goffredo Fofi che mostra più di altri la portata della sua opera all’interno della cultura visiva e figurativa del XX secolo, evidenziando il peso che la visione di Hopper, le sue inquadrature, i suoi colori e le sue ombre, i suoi personaggi e le sue vedute urbane e sub-urbane hanno avuto sull’arte cinematografica.

Un grande fermento mediatico accompagna l’arrivo in città di Edward Hopper, ma l’approccio giusto alla visione delle sue opere deve essere il più possibile intimo e intimistico, semplice, perché non può essere che così, per rispetto ad un talento di fama mondiale che ha firmato molti dei suoi disegni aggiungendo un’affettuosa dedica, dolce e privata,  “to my wife Jo” e che diceva, quasi senza pretendere altro: “All I ever wanted to do was paint sunlight on the side of a house”.

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