Un’estate rovente (e le minacce di una nuova epoca nucleare)

Migliaia di ettari andati in fumo, anche tra i boschi di Cernobyl

di Francesca Penza

Fiamme in Russia

La popolazione russa ricorderà questa calda estate per molto tempo. Le temperature – ben al di sopra della media stagionale – e gli incendi che hanno devastato ampie regioni della nazione hanno provocato non pochi disagi.

Su Mosca si sono abbattute abbondanti piogge che, insieme all’azione di forti venti, hanno reso l’aria nuovamente respirabile per gli abitanti della capitale, nonostante il governo abbia sminuito la gravità delle conseguenze degli ultimi fenomeni sulla salute dei cittadini.

Il fronte degli incendi in continuo movimento ha destato non poche preoccupazioni: 81 mila ettari di territori bruciati, più di  600 incendi su tutto il territorio, più 2500 vigili del fuoco in azione e la preoccupazione di tutto il mondo: il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha risposto alle richieste di supporto tecnico della Russia inviando diverse squadre di pompieri californiani con quattro C-130 della US Air Force ed il Dipartimento di Stato ha quantificato in 4,5 milioni di dollari l’entità degli aiuti inviati.

I boschi intorno alla centrale di Cernobyl

Le condizioni meteorologiche hanno contribuito a migliorare la situazione nella regione di Mosca, ma sono stati gli incendi nei boschi contaminati nei pressi della centrale nucleare di Cernobyl a preoccupare le associazioni ambientaliste e non solo. La situazione è stata segnalata dalla sezione russa di Greenpeace che ha mappato gli ultimi incendi riscontrando la presenza di venti focolai nei boschi radioattivi, di cui almeno tre nella zona di Bryansk, la più contaminata dalle radiazioni sprigionate nel disastro del 1986.

Anche in questo caso il governo ha sottostimato – o ha finto di farlo – le conseguenze dei roghi, sebbene non si conoscano i risultati dell’azione combinata di piccole dosi di radiazioni e del monossido di carbonio sprigionato dalle fiamme.

Ancora più serio il fronte di fuoco che ha minacciato la più grande centrale nucleare del Paese, quella di Sarov, a circa 500 chilometri da Mosca, dove sono prodotte anche testate nucleari. Ed è stata ancora Greenpeace a denunciare il pericolo: i cavi dell’alta tensione potrebbero essere distrutti ed il fuoco potrebbe provocare delle avarie nei generatori di emergenza della centrale.

Spenti ormai i fuochi, i danni restano comunque ingenti e per molti lavoratori nel settore agricolo sarà difficile ristabilire una situazione sostenibile, soprattutto a causa delle carenze del sistema delle assicurazioni e delle difficoltà nella ridistribuzione degli aiuti, stanziati proprio per sostenere il settore agricolo.

La delicata realtà russa ripropone il dibattito sull’energia nucleare e sui rischi ad essa connessi. Senza considerare il referendum del 1987 con cui gli italiani decisero di bandire le centrali nucleari, ci sarebbero innumerevoli obiezioni da muovere. In primis il problema dello smaltimento delle scorie e poi la sicurezza delle centrali nucleari, nonostante il governo insista nel rassicurare il popolo italiano sull’affidabilità delle centrali di ultima generazione e nonostante la quasi totalità degli incidenti nucleari continui a passare sotto silenzio.

Centrale nucleare

Nel periodo tra il 1952 ed il 2007 si sono verificati 137 incidenti, circa 3400 morti, un numero non precisabile di persone contaminateAnche l’Italia figura nell’elenco delle catastrofi e quasi-catastrofi: nel 1964 nella centrale di Garigliano (al confine tra Lazio e Campania), nel 1967 a Trino Vercellese si verificò una perdita di trizio radioattivo che si riversò direttamente nel Po, nel 1969 a Latina (per ben due volte: al secondo incidente si decise di chiudere la centrale), nel 1974 nella centrale di Casaccia (dove si trovano ancora in stoccaggio delle scorie), nel 1975 lo scontro al largo della Sicilia tra una portaerei ed un incrociatore statunitensi con a bordo armi nucleari, nel 1978 a Caorso (in provincia di Piacenza, al confine tra Emilia Romagna e Lombardia), nel 2003 un sottomarino nucleare americano si incagliò al largo della Maddalena, nel 2006 ancora a Casaccia, sebbene la vicenda sia passata quasi inosservata e riportata solo mesi dopo.

Il programma nucleare italiano partirà proprio quando altri Paesi, come ad esempio la Germania, dismetteranno le proprie centrali.

Il rischio di contaminazione è già abbastanza alto a causa delle scorie da anni presenti sul nostro territorio. Sarebbero poi da valutare altri fattori: le caratteristiche dei siti scelti, il rischio incendi, il rischio sismico, l’impatto sui centri abitati – è importante la densità di popolazione – l’impatto sugli ecosistemi acquatici – dato che le centrali nucleari richiedono un massiccio impiego di acqua – e la trascurabile questione delle altre fonti di energia pulita e rinnovabile di cui il nostro paese è naturalmente fornito, cioè sole e vento.

La situazione russa ha offerto uno spunto di riflessione da non sottovalutare: saremmo in grado di affrontare una nuova epoca nucleare?

In Italia ogni anno il lavoro provoca più di un migliaio di morti, dimostrazione della mancanza di standard di sicurezza necessari. E ancora non siamo nella nuova epoca nucleare. Se alle nostre fisiologiche carenze dovesse aggiungersi la fatalità di un incendio, a tutti noi tornerebbe in mente l’esito del referendum del 1987.

Foto | via www.newnotizie.it; http://antoniogenna.wordpress.com;

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