INTERVISTA – Ultimi giorni della divertente commedia “The women”

Le ambientazioni, le musiche, i costumi rispecchiano molto i canoni dell’epoca, sono ben curati…

Sì. La cosa che mi aveva colpito era il fatto che un’opera scritta in quell’epoca fosse molto attuale. Volevo mantenermi fedele all’opera per mettere in risalto la modernità nonostante i 60 anni trascorsi. La modernità è nell’interpretazione e nella recitazione delle attrici, nelle battute, nei doppi sensi che naturalmente sono attualizzati. A ricreare l’effetto della pellicola in bianco e nero, scene e costumi sono stati creati giocando sulle sfumature del grigio in sintonia con le musiche originali orchestrate con strumenti dell’epoca.

Poi la musicista, la scenografa e la costumista sono state molto brave, poiché non era molto facile riprodurre il bianco e nero, le didascalie, le sigle e i costumi. Ecco molte scelte sono state fatte per omaggiare la pellicola.

Nel film ci sono dei titoli di testa bellissimi. Il cinema è sicuramente un’altra cosa.

Qual è il valore aggiunto del teatro rispetto al cinema, secondo te?

Secondo me, il respiro. Il poter sentire le vibrazioni, vederlo nello stesso istante in cui accade. Non per tutti è così, per me lo è. Io non sono un’attrice, ma per un attore credo che vivere uno spettacolo con un filo emotivo dall’inizio alla fine sia un’esperienza meravigliosa. Vivi una battuta, vivi una scena, vivi gli umori del pubblico: per me vivi il personaggio, per un’ora e mezza sei quel personaggio. Da spettatrice sono sempre stata affascinata da questa possibilità che ti dà il teatro, è un’esperienza molto forte.

A quale tua esigenza risponde il tuo teatro?

Quando scrivo un’opera, decido di farlo per difendere qualcosa o qualcuno. Che sia una categoria o una persona. In questo caso, in The Women, sono le donne: le difendo, le stimolo per risvegliarle in alcuni casi.

Prossimi spettacoli che stai preparando?

Un testo nuovo che ho scritto quest’anno. Sto cercando di capire dove metterlo in scena e quando. E ho anche altri progetti.

In quale spettacolo c’è più di te?

Lipstick perchè l’ho scritto io, ma ti devo dire la verità: The women è quello che in assoluto sento davvero mio. Lipstick è stato scritto nel 2010. Quando l’ho rimesso in scena, a dicembre di quest’anno, l’ho sentito più lontano forse perché corrisponde a delle fasi diverse…

Ambizioni future?

Occuparmi esclusivamente di teatro, con un sostegno economico più consistente. L’ambizione è lavorare in un teatro importante, con degli abbonati, che mi consenta di preoccuparmi solo della scrittura e della regia, senza occuparmi di pubblicità, sponsor e del resto, della parte organizzativa. Certo, quando c’è bisogno si fa tutto ma la mia ambizione sarebbe quella.

In questo periodo di crisi economica come se la sta passando il teatro?

Se la passa male. Ma, rispetto alle altre arti, il teatro se l’è passata sempre male. Il fatto di non aver fondi ci tocca poco, perché prima venivano comunque dati sempre alle compagnie stabili, quindi non è cambiato molto. Il problema vero, per noi, è rappresentato dal prezzo del biglietto del pubblico pagante: se prima un biglietto di 16 euro, al mio primo spettacolo, era un prezzo normale per un biglietto di teatro, oggi no. Abbiamo fatto delle promozioni, con sconti alle donne, ma ci sono sempre lamentele. Finché il pubblico non capisce che il costo del biglietto non può essere uguale a quello dell’ingresso del cinema, sarà sempre così. Purtroppo questa non è un’impresa facile, obiettivamente.

Ti piacerebbe occuparti di cinema?

Il cinema mi piace tantissimo ma come spettatrice. Ho pensato a questa possibilità. Magari un giorno potrei scrivere per il cinema ma ho una preferenza assoluta per il teatro.

Sempre commedie?

Un genere misto, un’opera che faccia sorridere: personalmente ritengo che con una risata arrivi meglio il messaggio, non solo con la tragedia, e quindi farti soffrire e farti stare male, secondo me, ti blocca. Quindi preferisco commedie che facciano riflettere. Tragicomico. Commozione, si, ma ridendo.

Quale artista ti piacerebbe far recitare nei tuoi spettacoli?

Bella domanda. Elisabetta Pozzi, lei mi piace tantissimo.

A quale regista ti ispiri?

Volutamente a nessuno, ma è ovvio che ho delle influenze da Otto Zinzi e, anni fa, da Giancarlo Siepe. Mi piacevamo moltissimo questi suoi spettacoli. Una volta ho letto il pensiero del drammaturgo spagnolo Juan Mayorga, una sua riflessione sul teatro, e penso che per mettere in scena uno spettacolo bisogna fare quello che scrive lui: scenografie essenziali, immaginazione dello spettatore. Porte, finestre, eccetera devono essere più simboliche che naturalistiche: quello che, alla fine, c’è in The Women. Gran parte dello spettacolo si deve formare nella testa dello spettatore.

Quando ti rivedremo a teatro?

In questi giorni sto decidendo cosa fare. The Women è uno spettacolo che secondo me vale la pena di riproporre, sta avendo un buon successo di pubblico ed è un’esperienza unica. Lavorare con 20 donne…

Come si lavora con tutte donne?

Per me è normale, ma io mi trovo benissimo. Anzi devo dire che mi trovo meglio a lavorare con le donne, sono più determinate. Non voglio generalizzare, per carità, ma a volte con gli uomini mi sono lamentata.

Non avrebbe diretto The Women se non la pensasse così. Grazie Carlotta.

Pamela Cocco

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