“Tutto tutto niente niente”. Albanese si conferma e si fa in tre

Antonio Albanese torna nelle sale cinematografiche italiane ad un anno di distanza dal successo di Qualunquemente con Tutto tutto niente niente, nuova fatica dell’acclamato comico lombardo che vede, ancora una volta, Giulio Manfredonia dietro la macchina da presa. I due, non sazi dei risultati del precedente film, non si contengono e alzano la posta in gioco. Non un film sul solo Cetto La Qualunque, politico di un piccolo paese calabrese dedito ai malaffari più vari, ma un film corale che vede l’ingresso di due personaggi che saranno destinati a condividere fortune e sfortune del protagonista di Qualunquemente: Frengo Stoppato, personaggio storico e “stupefacente” del bagaglio di Albanese, qui riveduto, corretto e attualizzato alla realtà dei giorni nostri, e Rofolfo Favaretto, mediocre rappresentante del secessionista nordista.

Ma cosa hanno in comune questi personaggi? Perché Cetto, Rodolfo e Frengo finiscono dapprima in carcere per poi uscirne e finire direttamente in parlamento? C’è qualcuno che forse muove le fila non solo delle loro vite ma anche dell’Italia intera? Queste sono le domande a cui il film cerca di dare risposte e lo fa intrecciando le vicende dei tre neo parlamentari che, in quel di Roma, dovranno fare i conti con le istituzioni e la Chiesa.

Tutto tutto niente niente è un film che sin dalle scene iniziali mostra una coralità, un intreccio narrativo e una cura della messa in scena sconosciuta al precedente episodio nato dal genio della coppia Albanese/Manfredonia. La trama offre, indubbiamente, un’apprezzabile ariosità che non reclude mai il singolo al proprio “capitolo”, facendo coesistere Cetto, Rodolfo e Frengo in maniera organica e, grazie agli effetti speciali curati da Chromatica, naturale anche quando si ritrovano tutti nella stessa inquadratura. Il tessuto sceneggiativo, a cui hanno lavorato Antonio Albanese e Piero Guerra, non mostra quindi cadute di tono e non cede nemmeno quando le gag dei protagonisti si fanno più incalzanti.

La sfida annunciata da Giulio Manfredonia è ambiziosa, cioè «fare un numero due che non fosse un numero due, cioè senza ripetersi, ma in continuità». E così Cetto La Qualunque si conferma come uno dei personaggi più interessanti della scena comica italiana perché fa ridere, e molto. In questo film, Cetto, passando dalla piccola realtà calabrese alla Capitale, vede un ridimensionamento del suo ruolo egemone che si riflette in una crisi identitaria e sessuale che non manca di offrire momenti di grande ilarità. A lui si aggiunge Frengo Stoppato, storico personaggio “fumoso” e stralunato che viene re-inventato rendendolo una figura mistica ed edonista che, tra stupefacenti vari, ci racconta la sua religione ideale con un manifesto ben preciso: «le religioni si occupano molto dell’aldilà, dell’aldiqua, invece, mi occupo io». Frengo sembra vivere una nuova vita e offre momenti godibilissimi anche grazie alla stralunata madre iper-religiosa e possessiva che lo convince a cercare la beatitudine in questa vita.

Antonio albanese nei panni di Cetto La Qualunque

A chiudere il terzetto troviamo un personaggio nuovo di zecca, Rodolfo Favaretto, caricatura neanche troppo distante del leghista medio, e forse è proprio questo che lo rende meno “forte” di Cetto e Frengo. I suoi passaggi sullo schermo, le situazioni a lui legate e gli individui che gli fanno da contorno stentano, purtroppo, a decollare pur strappando qualche risata. Questo dovuto probabilmente alla novità del personaggio che non riesce a liberarsi del contesto già fortemente connotato e caricaturale da cui proviene.

Tutto tutto niente niente è un film coraggioso che cerca di sdoganare le creature create dall’estro di Albanese in favore di una visione fumettistica dei giorni nostri. Un presente distopico ben caratterizzato grazie al sapiente uso dei costumi, molto elaborati per l’attuale scena comica italiana, e l’ottima scelta delle location, ovvero la zona Eur di Roma – complesso rarefatto e marmoreo, geometrico e monumentale, voluto da Mussolini che negli intenti cercava di coniugare la corrente Razionalista e l’imperialismo propugnato dal regime. Un film che cerca di recuperare una certa vena satirica e un po’ grottesca del cinema italiano. Il risultato soddisfa. E chissà che non arrivi un terzo film.

Emanuel Carlo Micali

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