Toghe “rosse”: Travaglio condannato, giudice-lumaca fa scattare la prescrizione

Mettiamo subito le cose in chiaro: il nostro toghe “rosse” è una provocazione, il cui copyright appartiene in toto all’imputato (o meglio, sarebbe tale se ogni tanto si degnasse di presentarsi in tribunale) più eccellente d’Italia, Silvio Berlusconi. Tuttavia sono queste le situazioni in cui l’intera istituzione della magistratura concede al Premier l’ennesimo assist per urlare allo scandalo dei giudici scansafatiche e delle persecuzioni mirate. Ancora di più se al centro dell’attenzione c’è uno dei più strenui oppositori mediatici del Presidente del Consiglio, e cioè Marco Travaglio.

Anche per Marco Travaglio è scattata la prescrizione dopo la condanna (iljester.it)

«MOTIVAZIONI COMPLESSE» - I fatti sono citati da il Giornale di oggi ed hanno valenza assolutamente bipartisan. In un articolo apparso sull’Espresso del 2003, Marco Travaglio scrisse – citando un verbale di interrogatorio – che Cesare Previti, avvocato ed ex parlamentare Pdl, era stato presente pochi mesi prima nello studio dell’avvocato Taormina per un summit, al fine di depistare le indagini per mafia su Marcello Dell’Utri. Previti aveva fatto causa al giornalista per diffamazione e in primo grado la sentenza aveva condannato Travaglio ad otto mesi di carcere e Daniela Hamaui, all’epoca direttore responsabile dell’Espresso, a cinque mesi e dieci giorni. La motivazione, depositata un mese e mezzo dopo la decisione, spiegava che Travaglio aveva sì citato un verbale di interrogatorio, ma aveva tagliato di netto il pezzo in cui il testimone riferiva che Previti era passato nello studio di Taormina, senza però trattenersi per nessun tipo di riunione. «Una cesura arbitraria – si legge nella sentenza – che ha modificato il senso della frase travisando il fatto». Travaglio e la Hamaui avevano fatto ricorso in Appello e la Corte, l’8 gennaio 2010, aveva commutato le condanne in pene pecuniarie rispettivamente da 1000 e 800 euro, più i danni da corrispondere al diffamato, da valutare a parte. La Procura Generale, che aveva chiesto la conferma della pena di primo grado, doveva attendere il deposito delle motivazioni per ricorrere in Cassazione: il presidente della Corte d’Appello di Roma, Afro Maisto, decise di assegnarsi due mesi di tempo per il deposito delle motivazioni, ritenendole particolarmente complesse, invece dei canonici quindici giorni previsti dal codice. I due mesi sono diventati 361 giorni: il deposito è stato notificato ai legali di Previti il 4 gennaio 2011 e a quel punto non c’era più nulla da fare, poiché il reato era andato in prescrizione, essendo stati superati i sette anni e sei mesi dalla data della diffamazione.

OSCENITÁ BUROCRATICHE – È nell’immenso reticolato della burocrazia che il sistema giudiziario italiano perde la sfida con la propria missione: la giustizia. Sistemi di archiviazione e notificazione obsoleti, cancellerie inefficienti, mancanza di controllo delle attività forensi che sfocia spesso nella più completa anarchia. Il dottor Maisto non subirà nessuna condanna per aver depositato la sentenza un anno dopo il limite imposto per legge e aver fatto decadere una causa ancora in corso.

La burocrazia rallenta esponenzialmente i tempi della giustizia italiana (blog.panorama.it)

Non si può non avere fiducia a priori nella giustizia, ma se l’ordinamento non impone deterrenti validi anche per chi la legge deve farla applicare, è possibile escludere del tutto una seppur minima contaminazione del sistema dall’interno? È questo l’errore che la magistratura non può permettersi di commettere: concedersi comportamenti professionalmente deprecabili sulla semplice base del clima di dissoluzione morale e politica del Paese, come se il maggiore peso specifico della colpa del “nemico” (che, giova ricordarlo, è pur sempre da dimostrare con sentenza definitiva) bastasse a giustificare mancanze e leggerezze a qualsiasi livello. Non c’è invece giustificazione che tenga per l’omissione del giudice Maisto: in nessuno stato del mondo ci vuole un anno per scrivere la motivazione di una sentenza. Un’oscenità burocratica e professionale. Lo stesso Giornale cita con fondata amarezza un altro caso, che sicuramente ha meno rilevanza mediatica ma che rende bene l’idea di ciò che accade non di rado nelle aule dei tribunali italiani: il caso di un piccolo imprenditore che nel 2006 ha sporto azione legale nei confronti di un grande ente pubblico (non vengono citate esplicitamente le parti in causa). La risposta era arrivata tre anni dopo, nel 2009, quando una giudice aveva ulteriormente  rinviato la causa al 22 febbraio 2011 per la precisazione delle conclusioni, atto propedeutico alla sentenza definitiva. Un tempo immenso, non motivato dalla tortuosità degli incartamenti processuali, ma da un semplice cambio di giudice, con relativo macchinoso spostamento di fascicoli. Nella seduta di ieri l’ennesima sorpresa: il nuovo giudice non era ancora stato nominato e il supplente non poteva per legge inviare le parti a concludere. Necessario quindi un nuovo rinvio. Di poche settimane? No, al 18 dicembre 2012. Sei anni solo per andare a processo ed almeno un altro per attendere la sentenza di primo grado. Probabilmente però, il 18 dicembre 2012, il giudice sarà in settimana bianca, e l’imprenditore dovrà attenderlo al ritorno dalle ferie. Ammesso che fino ad allora la sua azienda non sia fallita.

Francesco Guarino

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2 Risponde a Toghe “rosse”: Travaglio condannato, giudice-lumaca fa scattare la prescrizione

  1. avatar
    Ermenegildo 23/02/2011 a 20:06

    SOCCORSO ROSSO .. ANCORA FUNZIONA… PER I ROSSI NATURALMENTE

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  2. avatar
    Stefano Gallone 23/02/2011 a 23:39

    Stai rosicando, eh? Hai paura che qualcuno porti alla luce i tuoi scheletri nell’armadio. EH?!!

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