The Rideouts, ‘Heart and soul’: revival e contaminazioni

Esce oggi il terzo album dei triestini Rideouts. Tra recupero stilistico e miscela di generi, emerge uno stile personale godibilissimo

La copertina di "Heart and soul", il nuovo album dei Rideouts (facebook.com)

La copertina di “Heart and soul”, il nuovo album dei Rideouts (facebook.com)

A volte fare musica vuol dire mettere in gioco una particolare passione mista a predisposizione e – parolone – Cultura per adagiare in campo forze umane (quindi sia fisiche che intellettuali) al servizio di un comune senso di condivisione artistica che cerchi di oltrepassare la soglia del solo mostrarsi prodotto fruibile. Altre volte, invece, si ha semplicemente la necessità di prendere un ampio respiro e lasciarsi andare ai propri istinti più sinceri e diretti, senza incappare obbligatoriamente in questa o quell’altra necessità espressiva. Non che ciò diventi automaticamente sinonimo di disinteresse e disimpegno, sia chiaro. Anzi. Il concetto di interesse per l’Arte musicale e di impegno per la sua salvaguardia e diffusione può anche trascendere da particolari predisposizioni comunicative o da particolari sperimentazioni compositive, se l’intento principale è quello di concentrare l’attenzione, propria e di chi viene battezzato a destinatario, su una forma magari non così nuova (cosa vuol dire, oggi, “nuovo”?) ma pienamente godibile e condivisibile.

NUOVE BASI REVIVAL – Quest’ultima, più o meno, è la scelta stilistica adottata dalla band che porta il nome di The Rideouts, splendido collettivo sonico triestino nato dall’unione di cinque bravissimi musicisti quali Max Scherbi (voce e chitarra), Andrea Radini (chitarra), Michela Grilli (seconde voci), Gianpiero de Candia (basso e cori) e Federico Gullo (batteria). Una scelta che oltrepassa la musica fino a toccare impostazioni e look da palcoscenico di diretta provenienza beat britannica. Il tutto, in sostanza, allo scopo (non meno importante di altri) di coinvolgere e trascinare un ascoltatore chiamato a diventare macchina del tempo di se stesso per approdare in territori anagraficamente inaccessibili, eppure così vicini per gusto e intenzioni ricettive. Ma attenzione: quello proposto dai Rideouts è, sì, un concetto di revival già esplorato da numerose personalità del settore nel corso di almeno due decadi, ma assume senso nel momento in cui non parte dalle origini dure e pure del genere (in questo caso, sembrerebbero relative al beat e al garage psichedelico dei ‘60), bensì dalle nuove basi costruite proprio da quelle personalità che, di per sé, hanno reso fertile il terreno del recupero stilistico e strutturale nei decenni successivi.

The rideouts 2 (facebook.com)

The rideouts (facebook.com)

MUSIC FIRST – Non è un caso, dunque, se i Rideouts  optano per la lingua inglese nel corso della stesura dei loro testi. Prima di tutto la musica (quella musica), poi anche il resto, per quanto non si tratti affatto di sinonimo di scarto. La sostanza contenutistica, nella proposta artistica dei Rideouts, c’è e rimane saldamente ancorata su una visione dall’esterno di ciò che costruisce le interminabili muraglie innalzate dal cosiddetto individuo moderno, tanto nelle abitudini quanto negli affetti. Ma sono tutte argomentazioni la cui imponenza imprescindibile viene, come si diceva, lasciata confluire in una condivisione di intenti che è prima di tutto trascinamento sensoriale, pura e reale attrazione musicale. Non è un caso, infatti, se tra le influenze dichiarate dai nostri, al di qua e al di là dell’oceano, compaiono anche le genialità melodiche dei Beatles miste, però, all’uso rinnovato che ne fecero, di lì a pochissimo, Hendrix o Cream. La scuola, sia etica che strutturale, è esattamente quella, con un pizzico – se vogliamo – di effervescenza personale e gusto per una certa idea di contaminazione, tanto per gradire (eccome).

HEART & SOUL – Sono queste, insomma, le sensazioni che un gran bell’album come Heart and soul (il terzo nella discografia dei Rideouts), in ampia diffusione proprio a partire da oggi, incute nell’animo di chi desidera condividere il senso di coinvolgimento sinestetico suggerito dalla band triestina nota dopo nota, battuta dopo battuta. Revival come base per un nuovo revival potenzialmente evolvibile, dicevamo in precedenza. Ebbene, per orecchie allenate non è affatto difficile notare una certa predisposizione passionale (e consapevole cultura) per quanto fatto, ad esempio, da una band come quella dei Kula Shaker soprattutto nel primo fortunatissimo ma geniale K del 1996, sacrosanto miscuglio di garage, beat e psichedelia, anche se orientaleggiante e forsennatamente al sapor di peyote. È anche su queste sonorità che i Rideouts si appoggiano per fare di Heart and soul una cavalcata sonica fatta di memorie e recuperi ma anche, anzi soprattutto, di appropriazione e personale riproposizione delle strutture scelte come colonna portante.

The rideouts (facebook.com)

The rideouts (facebook.com)

CLASSICITA’ E CONTAMINAZIONE – Proprio i Kula Shaker degli esordi vengono in mente ai primi straordinariamente coinvolgenti riff di Not enough e Plastic soul (quanta sorprendente similarità tra l’ugola di Scherbi e quella di Crispian Mills ma, più di tutto, quale enorme e cristallino lavoro in quella sezione ritmica), con maggiori predisposizioni verso strutture più marcatamente rock nel senso classico del termine, di certo non prive di una naturale incursione blueseggiante che lascia spazio, tra l’altro, a granuli di approccio funk che non sfigurano affatto. Una certa vena cantautorale, ben saldata a metriche definibili quasi come pop da classifica, emerge, invece, nella bellissima ballad I’m so sorry e nella melanconia “brit” di Put the blame on me, brani perfetti per riappacificare, all’occorrenza, opinioni discordanti o semplici stati d’animo scossi da un incipit come quello descritto poco prima.

MELODIA E GROOVE – Il docile gusto che i Rideouts hanno per la melodia emerge a chiare lettere anche da arrangiamenti che non disdegnano appaganti incursioni orchestrali, mentre è il continuo duello tra strumentazioni acustiche ed elettriche a fare da perno alla successiva Give it to me, trampolino di lancio per un rientro verso il concetto di groove proposto dal garage rock di I’ll be free (scuola Sonics e, forse, anche un po’ Mitch Ryder & The Detroit Wheels e Chocolate Watch Band), dai meticciamenti psichedelici – con tanto di assolo di chitarra registrato al contrario – proposti da Who I am (viene da pensare, qui, anche a certi esperimenti a nome Jon Spencer) o dalle ritmiche funkeggianti di Wait e Take it easy. Su un tassello come Be a man viene da mettersi le mani nei capelli per quanta carica emotiva suscita l’andirivieni in battere e levare di un blues totale che nulla ha da invidiare ai signori Dan Auerbach e Black keys, mentre Don’t cry stabilisce il peso netto della consapevolezza di saper prendere Oasis (guarda caso considerati Beatles moderni), U2 e R.E.M. di primi 2000 per farne qualcosa di salvifico perché strettamente personale.

Qualcuno potrà obiettare la sostanziale scarsezza di qualcosa di particolarmente innovativo, più o meno a ragione. Sarà anche così, certo, ma quanta godibilità, quanta pura e sincera godibilità c’è in un album come Heart and soul. Approfittatene, quindi, finché ce n’è tempo e spazio.

Voto: 7

(Foto: Facebook.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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