Tango partenopeo all’Eliseo di Roma con lo spettacolo di Giancarlo Sepe

Un momento di "Napoletango"

ROMA – «La vita è tutta un tango; e se si canta o si parla il dialetto napoletano mentre lo si balla, è anche meglio» sembrano dirci gli attori–danzatori diretti da Giancarlo Sepe nella sua ultima fatica,  Napoletango, attualmente in scena al teatro Eliseo di Roma fino al 14 novembre. La trama di questo spettacolo è molto semplice e riassumibile in poche righe; quello che non si puo’ comunicare attraverso la parola scritta è la perfetta fusione tra musica e interpretazione attoriale, fusione che contraddistingue da sempre gli spettacoli di questo noto regista.

La famiglia Incoronato è nota a Napoli e in tutto il resto della Campania per la sua abilità nel ballo del tango; essa si sposta dunque come un chiassoso circo familiare,  passando per cerimonie religiose e feste di paese, balere, caffè, stazioni ferroviarie, circhi, palestre, intonando filastrocche, canti della terra e canzoni patriottiche ma (attenzione!) continuando comunque e sempre a ballare il tango. Non ci viene detto come la famiglia Incoronato abbia imparato questo ballo e da chi; sappiamo solo che da quattro generazioni essa, allargata sempre da nuovi elementi, detta legge. Concetta è la patriarca di tale famiglia che, come ci spiega Sepe, «E’ una famiglia inventata. Il nome Concetta è un omaggio a Concetta Barra (cantante popolare partenopea, ndr); il cognome Incoronato è un omaggio alla commedia di Eduardo De Filippo, Le bugie con le gambe lunghe».

Ma perché proprio il tango e non un altro ballo come il walzer, o la samba,o il fox- trot o il liscio? Perché il tango è vita, sangue pulsante, energia allo stato puro che i corpi danzanti sprigionano mentre si muovono; è la bruttezza più vera che trionfa, se necessario,  sulla bellezza a tutti i costi; è il sangue versato per amore che prende il posto dei sentimenti prudenti e intimisti.

Tangheri sulla scena dello spettacolo di Sepe

La  vita è un grande tango che si svolge dalla mattina alla sera e questo spettacolo è un inno alla vita senza i freni della cultura borghese e senza la ricerca affannosa dell’estetica, oggi la vera discriminante tra ciò che conta e ciò che va buttato via. Ci si chiede inoltre cosa c’entri Napoli col tango. Spiega Sepe: «Furono proprio gli emigranti napoletani in Argentina che, insieme ai gauchos, crearono questo ballo: per divertirsi e anche per la nostalgia della terra lontana. E fu proprio il figlio di un emigrato che inventò una bellissima definizione di questa danza: “il tango è una cosa triste che si balla”. Perché il tango – continua Sepe – non è soltanto sensualità, ma prima di tutto sentimento allo stato puro. I veri tangheri non dovrebbero ballare troppo allacciati ma sfiorarsi appena».

La Napoli di Napoletango è una Napoli viscerale, che accoglie e raccoglie le persone più diverse, altre lingue e altre etnie; una Napoli che reinventa il tango a modo suo quasi a voler vivificare nuovamente riti antichi e lontani. Lo spettacolo, in linea con le altre regie e drammaturgie di Sepe, si basa sull’improvvisazione pura, riducendo al minimo le accademie: gli attori cantano, ballano e suonano dal vivo e anche a proposito del ballo il regista dichiara: «Il tango dovrebbe essere solo improvvisazione. Prende le mosse dallo sguardo dell’uomo che sceglie una donna, la invita a danzare e lei lo segue docile e duttile nei movimenti. I tangheri combatterono a lungo contro le “regole”, contro i codici ripetitivi. Poi, però, cominciarono a nascere le scuole e si è reso necessario inventare le cosiddette “figure”, ormai famose in tutto il mondo. Ma in questo spettacolo ho voluto  ripristinare l’improvvisazione originale che nasce esclusivamente dall’ascolto della musica».

La colonna sonora di Napoletango è composta da un miscuglio di celebri tanghi, come ad esempio la Cumparsita, e di mitiche canzoni napoletane,  e in questo grande carnevale, simili a baccanti che esplodono sulla scena, ballano i grassi e i magri, le donne in reggicalze e slip infraglutei, i calvi e i criniti, gli assopiti e i desti, i simil gauchos e le vaiasse. Assistiamo poi a visioni orgiastiche di bell’impatto che pero’ non sconvolgono, anzi si inseriscono sapientemente nell’impianto scenografico; e ancora corpi nudi avviluppati nel tango, femmine con femmine in primo piano che citano Les demoiselles d’Avignon di Picasso; maschi con basetta impomatata e giacca doppiopetto adatti sia ad un “ basso” che ad una milonga. L’importante insomma è ballare; ballare e godere.

Napoletango, in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 14 Novembre,  è un appuntamento da non mancare!

Francesca Romana Scartozzi

FOTO via/http://www.ziogiorgio.com; http://ticket.travelitalia.com; http://www.teatroeliseo.it/

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