Sunshine cleaning: si può cancellare un doloroso passato?

Dai produttori di Little Miss Sunshine, arriva nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film di Christine Jeff . Un piccolo, intenso, commovente viaggio nelle pieghe e nelle piaghe del mondo urbano americano

di Daniela Dioguardi

Locandina

E’ bello il nuovo film di Christine Jeff.

E’ bello perché è lieve, dolente, carico di una spiazzante, struggente tenerezza. Non mente. Perché non si preoccupa di assegnare a un doloroso passato un ruolo edificante, ma gli attribuisce gli stessi poteri di un mostro immortale, senza scrupoli, che si nutre di linfa umana e affonda, senza preavviso, gli affilati artigli nei cuori già dilaniati di ognuno.

Un passato, quello narrato, che prende forma nei silenzi spenti, nei sorrisi eccessivi che seguono alle gioie temporanee generate dai compromessi, negli occhi consapevoli, profondamente stanchi e avidi d’amore, come quelli delle protagoniste Rose e Norah Lorkowsky.

Siamo nella calda e polverosa città di Albuqerque nel New Mexico. Rose (Amy Adams) è una ragazza madre che lavora in un’impresa di pulizie per mantenersi e che intrattiene una relazione clandestina con il poliziotto Mac (Steve Zahn), un tempo suo fidanzato al liceo, ora felicemente sposato a un’altra. La giovane donna ha anche una bizzarra famiglia da gestire: suo padre Joe (Alan Arkin), rimasto vedovo molto presto, cerca di fare fortuna lanciandosi nelle imprese più stravaganti; sua sorella minore Norah (Emily Blunt), che abita ancora la casa paterna, si è fatta cacciare dal lavoro per l’ennesima volta  e continua, imperterrita, a condurre una vita sregolata; suo figlio Oscar (Jason Spevack) non fa che manifestare comportamenti inusuali per un bambino di otto anni per cui viene allontanato dalla scuola.

Le cose si complicano per Rose finché uno scherzoso suggerimento di Mac non la apre alla prospettiva di una vita se non altro più agiata: mettere su, insieme a sua sorella, un’impresa di “bonifica delle scene del crimine”. In altre parole, fornire un servizio che elimini, subito dopo i rilievi della scientifica, fluidi organici e brandelli umani conseguenti alla consumazione di un delitto. Compito tanto rivoltante quanto remunerativo.

Per le due sorelle sarà l’inizio di un’avventura che le immergerà, quasi paradossalmente, nel mondo dei sentimenti altrui e propri, mettendole in contatto con un passato lontano sul quale, però, le lacrime non sono state ancora tutte versate.

Quando Mac propone, in tono semi-scherzoso a Rose di entrare nel giro delle bonifiche delle scene del crimine, la ragazza sussulta, indietreggia e delusa domanda: “Vuoi dire che io sono buona soltanto a pulire le porcherie degli altri?”. Per una donna come lei, costretta a  un lavoro che la pone, con buona pace di tutti, ai margini della scala sociale, senza peraltro riuscire ad arrivare con una certa tranquillità a fine mese, avere quotidianamente a che fare con “resti putrescenti” rappresenterebbe un’ulteriore, insopportabile umiliazione.

Ma poi, sul piano cosciente, la volontà di tutelarsi da una precarietà economica dannosa, soprattutto per il piccolo Oscar, la spinge a considerare la cosa come fattibile, mentre, a livello inconscio, una strana forza la rende quasi immune alla repellenza che potrebbero suscitare in chiunque gli orrendi scenari che scaturiscono da eventi criminosi .

Un fotogramma del film

Forse il sangue, violentemente sparso sui muri, sui pavimenti, quasi a voler violare l’intimità delle case, offendendo la dignità delle cose, simboleggia per Rose e  per Norah una macchia familiare con cui hanno un conto in sospeso.

Non passerà molto tempo prima di comprendere che la detersione di quel sangue rappresenta per le due sorelle più che un lavoro, una necessità, il passaggio obbligato di un processo catartico di elaborazione di un lutto mai superato.

L’immagine terrificante della madre morta suicida, incamerata dalla due protagoniste in piena fanciullezza,  torna continuamente alla mente, soprattutto adesso che stanze vuote e silenziose richiamano l’immutabilità,  tanto sconcertante quanto apparente, dei luoghi che hanno visto morire un essere umano.

Il trauma subito ha finito per condizionare pesantemente la vita delle due ragazze. Rose si è abituata a confidare in soluzioni  timide, palliative (perché insormontabile è il dolore), finendo per promuovere la sofferenza a regola della sua esistenza: è una ragazza madre, con un lavoro umile e precario, che accetta di fare l’amante a vita dell’unico uomo che abbia mai amato, il quale però ha deciso di sposare un’altra. Ella inoltre si sente profondamente responsabile della vita sbandata di sua sorella Norah, forse la più vulnerabile delle due, la quale, con la sua aria da cucciolo smarrito, lascerà che la sua vita vada alla deriva.

Nella diversità delle reazioni si coglie, comunque, un comune denominatore: il marchio dell’amore negato, apposto dal suicidio di una madre.

Rose non si oppone anzi conforma la sua vita alla negazione dell’amore. Norah si accontenta di storie superficiali e  si scoprirà (forse) attratta da una donna, quasi a voler ritrovare quella fonte femminile di affetto che le è stato tolto a suo tempo. Anche il vecchio e risoluto padre Joe non osa espandere gli orizzonti, accontentandosi di vivere sulla scia della privazione dell’amore di sua moglie.

Tutti  i protagonisti di questa storia lieve e malinconica rimangono, dunque, saldamente al di qua delle false lusinghe e accecanti speranze  suscitate de quel sogno americano che ancora sopravvive nella cultura USA  e che riserva a tutti, con disarmante facilità, favolosi riscatti, finali gloriosi e una felicità garantita a vita.

Il vecchio Joe non cerca colpi di fortuna: vuole solo racimolare qualche spicciolo in più per riuscire a portare il piccolo Oscar a Disneyland o per comprargli un prezioso binocolo.

Rose non mira a sbancare alla lotteria ma spera in un’umile licenza da agente immobiliare che le consenta una vita più sicura,  mentre Norah non si preoccupa neanche di un futuro migliore ma finisce per appassionarsi alle storie degli altri, quelle dei suoi  sfortunati clienti, per favorire, forse, quel riscatto sentimentale che ancora intimamente cerca.

Un fotogramma del film

Così, la polverosa città di Albuqurque che ospita i nostri piccoli antieroi si erge a rappresentazione di quel volto urbano e provinciale dell’America moderna, così distante, alieno e disilluso rispetto al suo volto più mitico, celebrato ancora oggi nelle grandi produzioni hollywoodiane.

Sono veri Rose, Norah e Joe. Sfacciatamente veri. Impotenti. Perché il dolore per una moglie, una madre che decide di morire non si può superare.

Così parla Rose, quando con una ricetrasmittente in  mano, rabbiosamente addolorata, immagina di parlare a sua madre che crede in cielo: “Mamma, non sai cosa ti sei persa”. A voler dire: “Mamma, nonostante tutto, vivere è straordinario. Noi eravamo lì con te, eravamo lì per te. E la vita era bella, impagabile, anche solo per questo”.

Infinita la tenerezza suscitata nel vedere le due sorelle ogni sera accucciate sul divano davanti alla TV per riuscire a catturare quella unica puntata di “quel telefilm anni’70” in cui la mamma aveva fatto una comparsa. Sarà proprio quell’immagine ritraente la donna in un momento di ovvio trionfo, raccolta in una notte senza stelle e accompagnata da lacrime di gioia, a sancire l’accettazione di un passato comunque indelebile.

Il filo emotivo della storia conduce, poi, a un finale che non smentisce le premesse e comunque molto più dolce di quanto si possa pensare. Un gesto d’amore e un ennesimo guizzo di volontà andranno a dimostrare che se un passato doloroso non si può cancellare, se la vita è spesso terrificante e ben lontana dalle luci e dai clamori dell’American dream, è pur vero che essa ci offre sempre una buona alternativa per cui vivere e sorridere.

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  1. avatar
    Anonimo 16/04/2010 a 17:34

    Si inizia col macabro ma poi si finisce in dolcezza…è da vedere!
    Ben recensito…. Complimenti!

    Rispondi

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