Stato-mafia. Origini della trattativa che ha cambiato l’Italia

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Salvo Lima

Trattativa stato-mafia. Sembra un ossimoro, tossico per giunta, e lo è. Capirne le origini è essenziale ma scoraggia. Eppure è un pezzo fondamentale della storia italiana senza il quale forse neanche si riescono a spiegare gli eventi più recenti, perché ad esempio, un capo dello Stato decide di sollevare un conflitto di attribuzione contro la procura di Palermo.

Lo Stato italiano più di dieci anni fa, ci provò a non mostrare il suo fianco debole. Salvo Lima ad esempio, eurodeputato, fu uno di quelli che  nel lontano marzo del 1992, in Cassazione, si schierò contro la concessione di nessuna garanzia nei confronti dei boss condannati al maxi processo di Palermo. Il valore che ebbe la sua successiva uccisione è epocale. Di lì a poco infatti, cambiarono irreversibilmente gli equilibri a favore della mafia che nel frattempo aveva stilato una deprecabile lista nera in cui oltre a Lima, comparivano anche Calogero Mannino e Carlo Vizzini.

Colui che all’epoca ricopriva il ruolo di capo della polizia, Parisi, capì perfettamente la gravità della situazione e di quanto la mafia si stesse impegnando nel creare una atroce campagna terroristica. La strage di Capaci, il 23 maggio 1992, ne fu l’ennesima conferma e Falcone il dolce morso della coscienza di molti. Una settimana dopo il drammatico accaduto, non si scelse una via risolutoria, giusta, efficace, che forse avrebbe salvato la nazione una volta e per tutte. L’ irresponsabile e corrotto Giuseppe De Donno, ufficiale dei Ros, opta per la collusione  totale e avvia un dialogo con Vito Ciancimino, il mafioso dei mafiosi, sindaco di Palermo. E’ proprio da qui che inizia la fine di tutto. Cosa Nostra presenta con coraggio  un papelo, una lista con dodici richieste, che obbliga lo stato italiano al loro soddisfacimento e  che lo soffoca stritolandolo nella più abietta delle morse. L’attenuazione del carcere duro sancito dall’art 41bis c.p. è ciò che sta a più a cuore al nemico -amico dello stato. Cosa nostra arriva a premere a tal punto che, il capo dei Ros, Mario Mori rende al corrente Liliana Ferraro, capo di gabinetto di Claudio Martelli, ai tempi ministro della Giustizia, dei colloqui avuti con Ciancimino. Interviene Paolo Borsellino. Cosa Nostra infastidita

dall’eccesso di giustizia e zelo, accellera improvvisamente i tempi di una già programmata strage di via D’Amelio. Seguono altre stragi, senza sosta. Firenze, Roma, Milano. Muoiono civili perché non c’è nemmeno più onore e pudore. I familiari dei detenuti, peggiori dei detenuti stessi, impugnano una penna , il cui inchiostro sa di morte, e con arroganza e scaltrezza scrivono una lettera che indirizzano al presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Ritorna in auge la richiesta di attenuazione dell’art.41 bis e in più vogliono la testa di Nicolò Amato, direttore dell’amministrazione penitenziaria. E così magicamente, ha inizio il gioco delle sostituzioni: Amato e Fazzioli sostituiti da Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio. Sono i personaggi giusti. Capriotti il 26 giugno non proroga il 41 bis e neanche successivamente ben 326 provvedimenti di carcere duro. Stranamente fallisce nel 1994 una strage dei carabinieri vicino lo stadio olimpico di Roma. Dell’Utri fa il suo ingresso in politica, fonda con Berlusconi il partito di Forza Italia.  Il resto è storia anche per i più disinformati. Forse.

Alessandra Filice

foto || polisblog.; wikipedia.org;

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