Speciale Artelibro 2010: a tu per tu con il bibliofolle Giampiero Mughini

Ad Artelibro 2010 Mughini sveste gli abiti di commentatore sportivo a favore di un’altra grande passione: il collezionismo librario

di Laura Dabbene

Giampiero Mughini: a bibliofilia, preferisce bibliofollia

Bologna – «La parola bibliofilia ricorda il termine pedofilia e suona come una passione oscena. È una parola che non mi piace». Così esordisce Giampiero Mughini di fronte al pubblico che affolla la sala del Quadrante, a Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore a Bologna: nella sede che ospita ad Artelibro 2010 oltre 100 librai antiquari, molti specializzati in volumi rari e di pregio del XX secolo, non poteva esserci conferenza più appropriata. Il titolo è eloquente, Venticinque anni di desideri per i cimeli del Novecento, perché da ormai un quarto di secolo Mughini vive una irrefrenabile e cocente passione per il collezionismo librario, in specifico per le prime edizioni del secolo breve.

Accanto a lui, nella sala, Paolo Tonini, libraio titolare insieme al fratello dello studio bibliografico l’Arengario dove lo sventurato Mughini, per sua stessa ammissione, è disposto a lasciare piccole fortune pur di entrare in possesso del volume agognato. E non è il solo: gli fanno degna compagnia la libreria Pontremoli di Milano o la Colonnese di Napoli, entrambe presenti alla fiera bolognese con stand straripanti di meraviglie, di oggetti perfetti. Sì perché il libro, come lo definisce Mughini, null’altro è che «un oggetto perfetto».

Nel tentativo di spiegare perché sia necessario avere alcuni libri, e obbligatoriamente in prima edizione, egli compie divagazioni e voli più o meno pindarici illustrando il significato ed il valore dell’editoria italiana del Novecento. Dalle Edizioni della Voce, in cui si trovavano ugualmente pubblicati autori fascisti ed antifascisti, fino ad Einaudi e alla collana per eccellenza, «I Gettoni» di Elio Vittorini. «Non amo collezionare le collane – aggiunge – ma I Gettoni bisogna averli!» e tra questi il pezzo di cui parla quasi con commozione è il volume che apre la serie, un romanzo dato alle stampe nel 1951: I compagni sconosciuti di Franco Lucentini.

«Uso il termine disprezzo verso chi non è in grado di comprendere il significato di avere tra le mani e leggere una prima edizione. È una parola forte, lo so, e pesante, ma non posso farne a meno».

La passione collezionistica di Mughini nasce in un periodo in cui di Novecento nessuno capiva o sapeva nulla, per cui tutto era da scoprire e tesori sottili ed invisibili giacevano nell’ombra in attesa di essere portati alla luce.

Tra questi un volume di pura architettura grafica che nel 1918 lo scultore Arturo Martini (1889-1947) fa pubblicare a proprie spese con il titolo Contemplazioni.

Arturo Martini

Si tratta un libro senza parole e senza immagini, fatto di sole tacche nere su fondo bianco, che sarà nel 1945 corredato dallo stesso artista anche del testo. Inutile precisare – seguendo ormai la filosofia mughianiana – che entrambe le edizioni rientrino nei libri assolutamente indispensabili per qualsivoglia bibliofolle.

Non può tralasciare lo scrittore ed opinionista di ricordare l’aspetto povero, smunto e smagrito delle pubblicazioni del Novecento italiano, misere se confrontate con l’editoria di lusso dei nostri cugini francesi, e guardarle come uno specchio fedele dell’arretratezza culturale del nostro Paese. L’esempio principe resta la veste umile e dimessa dei Canti Orfici di Dino Campana, la cui tragica vicenda biografica si sposa perfettamente con il triste destino delle copie in prima impressione del suo capolavoro: andarono bruciate durante l’occupazione della sua abitazione da parte dei soldati inglesi che non trovarono in soffitta altro con cui alimentare il fuoco per evitare di morire assiderati.

Ma il Novecento non è solo poesia o narrativa, ma anche cinema, fotografia, design e fumetto: «Il Dante Alighieri del 1977 è Andrea Pazienza».

Dopo 60 minuti di racconti bibliofolli è giunto il momento di chiudere e l’ultimo ricordo di Mughini va ad una figura assolutamente dimenticata del secolo scorso, il critico e storico dell’arte Raffaello Giolli. Esce postumo nel 1961, in prima edizione, il suo La disfatta dell’Ottocento. Giolli è un antifascista fin dal 1941 e per questo è dapprima mandato al confino e poi, nel 1944, deportato nel campo di sterminio di Mathausen dove morirà l’anno successivo. Dopo l’irruzione nella sua casa milanese i soldati nazisti sequestrano carte e scritti: quando la moglie, Rosa Menni Giolli, ne chiederà la restituzione solo una parte, quella di fogli manoscritti, le verrà consegnata. Un dattiloscritto viene invece bruciato e va perduto per sempre. Tra le carte restituite c’è anche La disfatta. «Non è un libro – conclude Mughini – è un cimelio».

FOTO via/ http://www.artsblog.it; http://www.cronachemaceratesi.it; http://www2.regione.veneto.it

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