Siria: Kerry “apre” ad Assad, una conseguenza dell’effetto Isis?

Le dichiarazioni di Kerry fanno presagire un'apertura degli Stati Uniti nei confronti di Assad. Un tentativo di arginare la crescita dell'Isis in Siria?

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Bashar al Assad (a sinistra) e John Kerry (a destra): siamo alla vigilia di una nuova fase di dialogo? (foto:frontpagemag.com)

Siamo di fronte ad un radicale cambiamento nei rapporti tra Stati Uniti e Siria? Probabilmente no, anche se indubbiamente suscitano clamore le dichiarazioni rese nella giornata di ieri dal capo della diplomazia statunitense, John Kerry. Parole che arrivano a quattro anni esatti dall’inizio del conflitto siriano e che potrebbero riaprire il dialogo sul tema all’interno della comunità internazionale. Tuttavia, il condizionale è d’obbligo, considerato il fallimento che ha caratterizzato i precedenti tentativi, naufragati a causa dell’incolmabile distanza tra il governo Assad e la parte della variegata opposizione presente al tavolo negoziale.

LE PAROLE DI KERRY - Ciò che è certo, è che Kerry, con quel «alla fine dovremo negoziare» sembra voler aprire una nuova fase diplomatica, dopo quattro anni caratterizzati da forti pressioni di Washington su Damasco. Ingerenze non solo sul piano politico, con l’uscita di scena di Assad posta come condizione per un qualsiasi dialogo, ma perfino materiali, con l’appoggio, anche militare, all’Esercito Libero Siriano. Ieri invece, per la prima volta Kerry non ha ribadito che Assad ha perso legittimità, nè tantomeno ha posto condizioni su un suo allontanamento. «Siamo sempre stati disponibili a negoziare nel contesto del processo di Ginevra», ha dichiarato Kerry in un’intervista rilasciata alla Cbs a Sharm el Sheik, dov’era presente per partecipare ad un summit economico, sottolineando che gli Stati Uniti stanno lavorando per ritornare a cercare una soluzione politica al conflitto siriano. Secondo il capo della diplomazia statunitense, sarà necessario «accrescere la pressione [su Assad] per portarlo al tavolo negoziale».

LE CONFERENZE DI GINEVRA – Ciò che tuttavia lascia perplessi è il riferimento al processo di Ginevra, ricordato come uno dei buchi nell’acqua più evidenti della diplomazia internazionale negli ultimi anni. Un percorso composto da due riunioni, Ginevra I, tenuta nella città svizzera il 30 giugno 2012 e Ginevra II, convocata nel gennaio del 2014. Una serie di incontri caratterizzati dalla richiesta statunitense di porre le dimissioni di Assad come precondizione ad ogni trattativa, fermamente rispedita al mittente dal governo di Damasco, che cercò di inserire nella discussione il sostegno straniero ai «terroristi ribelli». Alla fine, il 14 febbraio 2014 i negoziati si chiusero ufficialmente, senza che un accordo venisse trovato dalle parti.

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John Kerry, gli Stati Uniti spingono per negoziare con il governo siriano nel rispetto delle condizioni poste a Ginevra (foto: csmonitor.com)

QUALE DIREZIONE PER WASHINGTON? – È chiaro che a questo punto la domanda sorge spontanea: qual è ad oggi la posizione degli Stati Uniti verso la presidenza di Bashar al Assad? A giudicare dalla scontrosa reazione della Turchia, il cui ministro degli Esteri, Melvet Cavusoglu,  ha aspramente criticato la volontà statunitense di negoziare con il presidente siriano, sembra che qualcosa stia cambiando. Tuttavia, il Dipartimento di Stato americano oggi ha corretto il tiro, dichiarando, tramite una sua portavoce, che le dichiarazioni fatte da Kerry non indicano alcun cambio nella politica di Washington, aggiungendo che il governo siriano, e non Assad in prima persona, verrà coinvolto nei negoziati.

EFFETTO ISIS?  - Eppure è difficile ritenere che, con le sue dichiarazioni, John Kerry abbia voluto semplicemente ribadire l’ormai consolidata posizione degli Stati Uniti sul tema. Sembra piuttosto che, in questo modo, si sia voluta tendere la mano diplomatica nei confronti del governo siriano, senza tuttavia correre il rischio di sbilanciare i rapporti di forza in favore della Siria. È probabile che Washington si sia resa conto che l’unico risultato prodotto da quattro anni di guerra civile sia stato il rafforzamento dell’Isis, che ora è diventato una  minaccia per gli interessi regionali di Washington e dei suoi alleati. È altresì possibile che Obama si sia reso conto che il prezzo da pagare per una Siria destabilizzata è diventato troppo alto e che un vuoto di potere a Damasco potrebbe essere presto riempito proprio dai jihadisti. Una presa di coscienza che comporta però due ulteriori problematiche: la prima riguarda i rapporti interni alla coalizione anti-Isis, con Israele, Turchia e gli Stati sunniti che difficilmente apprezzeranno la “virata sciita”, già iniziata con i colloqui sul nucleare iraniano. La seconda, sicuramente non meno spinosa, concerne invece i rapporti tra Washington e l’opposizione siriana, che ha sempre escluso una qualsivoglia trattativa con il regime di Assad.

Carlo Perigli
@c_perigli

 

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