Simon Konianski, l’ebreo errante

Una pellicola assolutamente esilarante che molto però fa riflettere sull’importanza delle origini familiari e delle tradizioni. Senza risparmiare la volgarità. Eccellenti le interpretazioni di Jonathan Zaccaï e Popeck

di Adriano Ferrarato

Locandina
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Israele, diaspora, identità: può l’ebreo moderno ritrovare la strada di casa delle proprie origini?

A questa domanda ha tentato di dare una esauriente risposta il regista Micha Wald, che si è ispirato a tale scopo all’arte del grande maestro e pittore Chagall, che inseriva sovente nelle sue opere la bellissima figura dell’ebreo errante: secondo la religione cristiana, era un uomo che colpì Gesù durante la crocefissione e fu maledetto a tal punto da dover camminare in eterno sulla terra fino ai tempi della seconda venuta del Messia. Questo curioso personaggio è, tuttavia, interpretato anche come simbolo metaforico della dispersione di un popolo, quello di Israele, costretto ad abbandonare il proprio luogo di origine per sparpagliarsi in tutto il mondo.

Ed è partendo da questa seconda accezione che è arrivato finalmente nelle sale “Simon Konianski”, quanto di più prezioso, cioè, si possa avere su una chiarificazione dell’ebraismo odierno: moderna, non ostica, divertente e irriverente. Tutti possono vederlo e capire di più, dare un proprio parere su un popolo che ancora ora combatte soprattutto contro la sua stessa identità. E ne hanno la possibilità di farlo attraverso una pellicola che raccoglie in meno di due ore le domande, le paure e i dubbi di un intera nazione.

La storia inizia con il protagonista Simon (Jonathan Zaccaï), un giovane ipocondriaco il cui antigiudaismo è talmente forte da avere una relazione con una donna “Goy” (cioè, secondo il linguaggio sionista, “non appartenente ad Israele”), che lo porta anche ad avere un figlio senza la consacrazione del matrimonio. Abbandonato improvvisamente dalla sua compagna e rimasto praticamente da solo, Simon si ritrova a farsi ospitare suo malgrado dall’anziano padre, Ernst (Popeck, bravissimo), la cui memoria storica delle origini ebraiche è rimasta ben salda nonostante la sua terribile e giovanile esperienza nel campo di concentramento di Majdanek e i cui atroci ricordi e racconti destano curiosità e attenzione nel piccolo nipote Hadrien (Nassim Ben Abdelmoumen).

Ma Ernst è gravemente malato, e morirà di lì a poco, richiedendo espressamente nel testamento di essere sepolto nella lontana Ucraina, dove ha conosciuto il suo primo misterioso amore. Per lo stravagante figlio inizierà così un lungo viaggio per trasportare in automobile la salma del padre e, accompagnato dal figlio, dalla chiacchierona zia Mala e dal pauroso Maurice (terrorizzato perennemente dal ritorno dei nazisti su questo mondo) compirà un percorso che lo riavvicinerà sentimentalmente di più al suo genitore defunto (e di cui sarà spesso vittima di allucinazioni) e alla sua identità profonda e sempre negata.

In molti hanno giudicato questo film semplicemente come uno spassoso road movie, anche se i livelli di analisi sono due: il primo riguarda la vita frustrante di Konianski nella casa paterna, e successivamente, dopo la morte di Ernst, la storia del tragitto per arrivare in Ucraina. Nella parte iniziale si ride di gran gusto: battute, perplessità, volgarità,  (su tutte, quella del rabbino che consiglia al padre di Simon di fare pipì nel lavandino per farlo andare via da casa), sessualità estrema e terribili battute sul governo israeliano (dirà lo zio Maurice: «Se Israele sparisce con la bomba atomica, tornano i Nazisti…»).

Popeck e il piccolo Nassim Ben Abdelmoumen
Popeck e il piccolo Nassim Ben Abdelmoumen

A tante risate però emergono con forza alcuni nodi fondamentali: in primo luogo, il contrasto tra giovani e vecchi. Simon è contrario a tutto ciò che il suo genitore gli propone: la ricerca di un nuovo lavoro, una nuova moglie, i modi con cui bisogna educare il piccolo Hadrien. Ai rimproveri del padre, il giovane replica sempre con durezza. Questo dualismo è stato chiaramente spiegato dal regista: «È difficile trasmettere ai propri figli qualsiasi cosa, perché questi prendono quello che vogliono e raramente quello che prendono corrisponde a quello che vorremmo trasmettere. Il punto di partenza del film era che tra Ernst e Simon, tra Simon e Hadrien, nulla viene trasmesso. Normalmente, il legame di filiazione avviene tra nonno e nipote più che tra padre e figlio».

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