Sigarette, il costo aumenterà di un euro fino al 2016

Aumentare il costo delle sigarette: strategia vincente a doppio giro?

Aumentare il costo delle sigarette: strategia vincente a doppio giro?

Roma – Con la nuova legge di stabilità varata dal governo Letta, è stata approvata una ulteriore stangata sul prezzo al dettaglio delle sigarette, il prodotto il cui costo viene ritoccato più spesso, proprio a causa del suo “valore” per le casse dello Stato.

Il tabacco, sia sotto forma di sigarette che venduto in confezioni cosiddette “sfuse”, ovvero quello trinciato, subirà – salvo ritocchi al testo durante il dibattito parlamentare – un aumento del costo di vendita pari al 18,7%, che sarà ripartito come di seguito.

Nel 2014, l’aumento del prezzo finale al consumatore sarà di 0,40 euro, e nei successivi due anni di 0,20 euro. In pratica, il rincaro – per una somma totale di un euro – riguarda l’aumento dell’accisa base sulle sigarette, che dai 125,7 euro al chilogrammo di oggi, diverranno 140 nel 2014, e 150 nel 2016 (con lo scaglione di 145 nel 2015).

Il tabacco trinciato, la cui accisa è attualmente fissata a 105,3 euro, aumenterà immediatamente nel 2014 a 115 euro, passando poi progressivamente a 120 e 125 nei successivi due anni.

Secondo il tariffario pubblicato sul sito dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato, l’organismo nato nel 2012 dalle ceneri dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, il costo medio delle sigarette, per un pacchetto da 20 pezzi, si aggira sui 4,50 euro, con le più economiche che restano poco sotto la “soglia psicologica” dei 4 euro (3,90) e le più costose che superano i 6 euro.

Il prezzo al chilogrammo è dunque variabile tra i 195 e i 250 euro (per quanto riguarda quelle marche che vendono la confezione da 20 a 5 euro), con sottili differenze. A conti fatti, su un pacchetto da 20 dal valore commerciale di 5,10 euro, ovvero 255 euro al chilogrammo, la pressione fiscale attuale è di poco inferiore al 50%. Il che conferma il ruolo “strategico” del fumo: aumentando le tasse, può portare a introiti di non poco conto per l’Erario, e al contempo scoraggiarne il consumo, a beneficio delle spese per la sanità pubblica. Una sorta di serpente che si morde la coda, situazione peraltro non unica nel difficile panorama istituzionale italiano.

Stefano Maria Meconi

 

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