Scozia, accordo raggiunto: il referendum per l’indipendenza nel 2014

Referendum indipendenza Scozia 2014

Il primo ministro scozzese Alex Salmond

Edimburgo –  «Do you agree that Scotland should be an independent country» («Siete d’accordo che la Scozia diventi una nazione indipendente?»). Quesito più chiaro e semplice di così non esiste.

A questa domanda tra due anni gli abitanti della Scozia dovranno rispondere per decidere le sorti del proprio Paese: o dentro o fuori dal Regno Unito.

Lunedì è stato raggiunto l’accordo per votare con un referendum l’indipendenza della Scozia, da molti ritenuto storico, tra il premier britannico, David Cameron, e il primo ministro scozzese Alex Salmond.

Una trattativa che è andata avanti per ben 24 mesi e che, alla fine, ha dato ragione, in parte, alle pretese indipendentiste del leader del Partito Nazionale Scozzese, al suo secondo mandato come primo ministro in Scozia. L’indipendenza è sempre stata uno dei cavalli da battaglia di Salmond, che ha portato per ben due volte il proprio partito ad avere la maggioranza in seno al Parlamento scozzese.

Una vittoria relativa per il premier scozzese visto che ha dovuto rinunciare al doppio quesito referendario. Nelle intenzioni originarie di Salmond, infatti, c’era la volontà di dare la possibilità agli scozzesi di poter scegliere tra due opzioni: o la totale indipendenza dal Regno Unito (anche in questo caso non sarebbe completa) o il cosiddetto devo max, che darebbe alla Scozia un’autonomia fiscale totale, ma non l’indipendenza politica.

L’idea d’introdurre questo secondo quesito è nata dalla paura da parte del leader del Snp di incorrere in una pesante sconfitta dopo la consultazione referendaria. Questo perché secondo i sondaggi soltanto il 30% della popolazione scozzese sarebbe favorevole alla completa secessione, mentre la maggioranza teme dei contraccolpi economici difficilmente gestibili. La devo max, quindi, rappresentava il giusto espediente per assicurarsi un risultato favorevole del referendum, e nel caso portare avanti questa battaglia nel lungo periodo.

Cameron, però, da questo punto di vista è stato furbo: facendo leva su quella maggioranza scozzese non favorevole all’indipendenza, ha stabilito il contenuto dell’accordo limitando la scelta ad una sola opzione. Altro termine imposto: la consultazione deve avvenire entro il 2014, nessuna proroga. Questo sempre per evitare che il premier Salmond possa in futuro continuare a cavalcare l’onda del secessionismo come fondamento del proprio programma politico. In questo caso, però, 24 mesi sono più che sufficienti per attuare una campagna referendaria favorevole al si (cosa che, oltretutto, è in opera già da un bel po’ di tempo).

È da sottolineare il fatto che nel caso di esito affermativo del referendum, si tratterebbe comunque di un’indipendenza relativa. Da un punto di vista culturale e politico cambierebbe sostanzialmente poco: in base all’Act of Union del 1707 la Scozia ha sempre conservato i propri sistemi giuridici e di istruzione, nonché la religione presbiteriana; inoltre, come accade per altri Paesi del Commonwealth, il monarca britannico rimarrebbe comunque Capo dello Stato.

Qual è, invece, il motivo che porta molti scozzesi a non volere questa storica indipendenza?

Referendum indipendenza Scozia 2014 accordo raggiunto

Il premier inglese David Cameron

La Scozia si ritroverebbe a pagare da sola un debito che ammonterebbe ad almeno 300 miliardi di euro, più del doppio rispetto al Pil reale. Per non parlare dei vari contributi che il governo di Londra continua a versare allo Stato scozzese. In definitiva è il timore di ritrovarsi improvvisamente a subire una crisi economica da cui difficilmente si può uscirne fuori in maniera autonoma.

A confutare questa ipotesi è la questione del petrolio dei mari intorno alla Scozia: i profitti, secondo il Partito Nazionale, sarebbero in grado di sostenere l’economia scozzese. Anche se, secondo uno studio dell’organizzazione Taxpayer Scotland, i 6,5 miliardi di euro provenienti dai ricavi petroliferi non sarebbero comunque sufficienti.

Bisogna sottolineare, però, una vittoria ottenuta dal primo ministro Salmond: l’età minima del diritto di voto per il referendum passa da 18 a 16 anni, che può rappresentare l’elemento fondamentale per la tanto agognata indipendenza.

Ce n’è anche per i più nostalgici della storia: nel 2014, anno in cui dovrebbe prendere il via la consultazione popolare, ricorrono i 700 anni dalla battaglia di Bannockburn, che consentì la temporanea restaurazione dell’indipendenza e la nomina di Robert Bruce a re di Scozia.

Che possa essere di buon auspicio per gli indipendentisti scozzesi, fatto sta che quest’accordo tra Cameron e Salmond può rappresentare un potenziale effetto domino in altre parti d’Europa.

Basti pensare alla Catalogna, che proprio in queste ultime settimane sta spingendo per un percorso simile di autodeterminazione. O la situazione in Belgio, soprattutto dopo le elezioni locali, dove i separatisti fiamminghi del partito NVA hanno ottenuto ottimi risultati.

Già in casa nostra si è in presenza dell’effetto “indipendenza Scozia”, con i giovani della Lega Nord che chiedono a gran voce una consultazione analoga per il Veneto. Questa, però, è un’altra questione, oltretutto un po’ ridicola se confrontata alla situazione scozzese.

Fatto sta che Salmond ora avrà due anni di tempo per riuscire ad entrare nella storia.

Giorgio Vischetti

foto|| blogs.telegraph.co.uk; fanpop.com; ildemocratico.com

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