Rosarno: la rivolta dei disperati in un’Italia senza lavoro

Le ragioni di tutti tra criminalità organizzata e disoccupazione al massimo storico

di Chantal Cresta

immigrati_rosarnoQuello che è accaduto a Rosarno (Reggio Calabria) in questi giorni era già successo a Castel Volturno (Caserta) nel settembre del 2008. Nordafricani caduti sotto colpi di arma da fuoco.

A Castel Volturno morirono in 6 e subito si seguì la traccia del regolamento di conti mafioso. A rimanere feriti, a Rosarno lo scorso 7 gennaio, sono stati in due e senza che, ancora, si possa dare un perché all’accaduto.

Le conseguenze, però, in entrambi gli episodi sono state le stesse: esplosione di una rivolta di immigrati. Una massa inferocita di disperati senza tetto, sfruttati dalla malavita e senza più alcuna speranza di futuro, si rovescia per le vie del paese e travolge tutto ciò che incontra, siano cose o persone. La risposta dei rosanesi è altrettanto violenta e la rivolta si trasforma in guerriglia urbana. Dopo due giorni di risse di piazza e scontri, il bilancio è pesante da entrambe le parti: una decina di immigrati in ospedale, altrettanti cittadini contusi e feriti, agenti di polizia ricoverati.

Ora, prima di sapere chi, tra immigrati ed abitanti di Rosarno sia più colpevole, criminale o razzista, a seconda della parte con la quale ci si vuole schierare, sarebbe opportuno rintracciare le ragioni degli uni e degli altri.

Gli immigrati hanno ragione ad essere infuriati. Per più di un decennio è stato raccontato ai disperati del mondo – in particolare a quelli del Terzo Mondo – che l’Italia abbia bisogno di loro per mandare avanti la propria economia poiché “ci sono dei lavori che gli italiani non sono più disposti a fare” e dunque si necessita di personale con meno fisime e più forza di volontà.

Tuttavia, alla luce degli ultimi episodi avvenuti a Rosarno e Castel Volturno, è ora di capire quali siano questi lavori e perché la gente non voglia o non possa più farli.

Si può definire “lavoro” spezzarsi la schiena nei campi per 14-16 ore per 25 euro al giorno in nero, senza tutele, assistenza sanitaria e sorvegliati a vista da un caporale armato? O è meglio parlare di schiavitù?

Si può chiamare “lavoro” quello che vede manovali (stranieri o meno) in cantiere, senza misure di sicurezza, privi di qualsiasi tipo di protezione salva vita, di nuovo a pochi euro a giornata e ancora in nero? O è più corretto parlare di sfruttamento illegale della manodopera fatta sulle spalle di chi non può o non vuole ribellarsi perché le alternative sarebbe ancora più tremende?

E ancora. Questi “lavori” sono più facilmente svolgibili da cittadini con documenti in regola che possono, all’occorrenza, denunciare gli illeciti e far valere i propri diritti o è meglio affidarli a individui senza identità la cui presenza è ignota o non dichiarata alle amministrazioni?

Siamo un paese arretrato le cui modalità di organizzazione del lavoro e della sua tutela sono rimaste saldamente ancorate al passato mancando di quella naturale evoluzione produttiva che gli avrebbe garantito di trasformarsi da economia industriale ad economia post industrializzata.

Non abbiamo operato una salutare rivoluzione dei nostri centri industriali in centri di innovazione tecnologica e ricerca su larga scala. Abbiamo fatto fuggire i nostri cervelli e tenuto lontano quelli stranieri che tanta sana concorrenza avrebbero creato nelle nostre università, strutture scientifiche ed industrie. Abbiamo preferito rimanere attaccati ad una struttura economica antiquata, basata sulla produzione come attuazione e vendita di prodotto con il minor costo ed il massimo guadagno anziché portarla a livelli di eccellenza. E l’eccellenza c’era: Olivetti, Aprilia, Fiat, industria metallurgica e metalmeccanica di prim’ordine che avrebbe segnato, oggi, la differenza tra noi ed il resto del mondo se non fosse stata vittima della miopia di politiche economiche “creative” e speculazioni senza limite.

A tutto ciò sono tornati utili gli immigrati ai quali è stato promesso il paradiso e che, in realtà, servivano solo ad abbassare esponenzialmente il potere contrattuale dei lavoratori e il costo del lavoro. La trasformazione dei contratti che ha portato alla giungla indistinta di collaborazioni a tempo più o meno breve con retribuzioni ferme agli anni ‘90 e la crisi economica hanno fatto il resto.

Dopo dieci anni il bilancio per tutti è drammatico: buona parte degli extracomunitari sono sfruttati dalla criminalità e dal lavoro in nero o sono, a loro volta, criminali. I residenti italiani regolari, per la maggior parte, sono disoccupati o inoccupati (ultimo dato Instat, aggiornato al dicembre 2009 comunica un tasso di disoccupazione del 8,3% e 400.000 posti lavoro persi), con un potere d’acquisto sempre più ridotto (ottobre-novembre 2008-2009, 1,6% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e sempre meno speranze per il futuro.

Tra gli uni e gli altri c’è una classe politica inetta o impotente che altro non sa fare se non rimbalzarsi le responsabilità della situazione, si tratti della chiusura dell’ennesimo stabile industriale come quello Fiat di Ternimi Imerese o del totale controllo dell’ndrangheda nell’assetto sociale ed economico della Calabria e della Campania.

Forse ha ragione uno degli immigrati fermati a Rosarno che ad un giornalista disse: “ Non sbagliarti, qui non c’è un problema di razzismo, qui c’è un problema di vita brutta”. E’ vero, in questo abbiamo raggiunto l’integrazione.

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Una risposta a Rosarno: la rivolta dei disperati in un’Italia senza lavoro

  1. avatar
    laformiotodidac 12/01/2010 a 14:21

    Re maledetti :

    Ondate di schiavi/
    Alle mani/
    Volontarie/
    Le vostre notti di cartoni/
    Svegliano/
    La spartizione/
    Nelle vie/
    I vostri Re maledetti/
    Scuotono/
    I nostri letti
    Di governanti.

    De Anick Roschi
    Rosarno il 07.01.10

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