Rival Sons: nuovo album intitolato Head Down

rival sons head down

La copertina di "Head Down"

I Rival Sons sono sinonimo di puro hard rock anni ‘70 senza compromessi. Nati nel 2007, debuttano due anni dopo con l’autoprodotto Before the Fire, che anticipa l’ottimo Pressure and Time del 2011, album che attira l’attenzione di critica e pubblico. Ora la band torna nei negozi con il terzo album di inediti, intitolato Head Down. La loro musica è un concentrato di tutto quello che gli anni ‘60 e ‘70 (soprattutto) hanno offerto nel panorama rock: i riff dei Led Zeppelin, il tocco blues dei Cream, l’eclettismo di Hendrix, la furia degli Who e via dicendo. Pressure and Time era stato accolto con entusiasmo: nulla di eccezionale in termini di originalità, ma un prodotto di elevata qualità che aveva comunque conquistato i numerosi fan delle sonorità hard rock delle origini.
Head Down è la prova del nove: la ripetizione pedissequa di clichè e schemi già presenti nell’album precedente, o una evoluzione in termini di originalità e personalità compositiva?

Jay Buchanan, voce dei Rival Sons

Si comincia con  Keep On Swinging: rock allo stato puro figlio legittimo dei Led Zeppelin. Un brano coinvolgente che può vantare un gran groove e un ottimo arrangiamento. Gli echi 70’s proseguono in Wild Animal, un rock seminale e d’annata (riferimenti ai T Rex) con il primo di una serie di ottimi assoli di Scott Holiday. Si continua con You Want To, che deflagra con un riff violento sul modello degli Who, sviluppandosi poi in un blues rock al fulmicotone. Until the Sun Comes è un inno alla baldoria in salsa rock anni ‘70.

In Run From Revelation gli echi degli Zeppelin tornano prepotenti, anche grazie ad una eccellente prova vocale di Jay Buchanan. Jordan è una splendida ballata blues, calda, intensa e penetrante. Un brano romantico e sognante, senza dubbio una delle perle dell’album. Dopo una ballata i Rival Sons tornano e premere il pedale della distorsione con All The Way: un brano eclettico e trascinante, costruito su un galoppante giro di basso. In The Heist tornano prepotenti le atmosfere dei Cream di Eric Clapton, mentre Three Fingers è un ottimo rock di hendrixiana memoria, prima di Nava, un breve e delicato intermezzo acustico.

Si guinge quindi alla seconda perla dell’album, Manifest Destiny Pt. 1. Si tratta di puro rock psichedelico con un prolungato assolo che si incastra perfettamente sulle trame ritmiche di basso e batteria. Manifest Destiny Pt. 2 prosegue il discorso della canzone gemella con una ritmica libera e spregiudicata che funziona da base perfetta per un assolo ancor più selvaggio di quello precedente. Due canzoni che rappresentano 13 minuti di libertà compositiva ed eccellente capacità di esecuzione. Conclude il disco True, una ballata sognante ed evanescente che pesca direttamente dal folk rock.

I Rival Sons sfornano un ottimo album nel quale dimostrano notevoli progressi in fase compositiva: pur mantenendo ben saldi i riferimenti ispiratori della loro musica, la band californiana riesce a metterci del suo in termini di originalità e songwriting. Le influenze settantiane sono sempre onnipresenti, ma la personalità dei singoli musicisti si fa sentire in maniera più marcata rispetto al precedente Pressure and Time, ottimo album, che però in certi frangenti sfiorava quasi il plagio.
Un passo in avanti quindi per una band che, sulle orme della tradizione rock anni ‘70, comincia a mostrare una sua identità precisa. Ricordiamo infine che i Rival Sons faranno tappa in Italia il 27 ottobre, ai Magazzini Generali di Milano.

Alberto Staiz

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