Referendum 2011: ecco cosa cambia dopo il voto

Quorum raggiunto, 4 normative abrogate. Ma cosa succede ora alle fattispecie coinvolte dalle leggi già in vigore ed abrogate dal voto del 12 e 13 giugno? Cosa accade alla normativa sulla privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici di rilevanza economica? Berlusconi andrà davvero a processo? Scopriamo quesito per quesito cosa è cambiato:

PRIMO QUESITO – Abrogazione di norme che consentono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati. Il vero dopo-referendum, secondo gli esperti di settore, lo devono decidere i Comuni. Sono loro infatti i proprietari delle aziende in quasi tutte le città, quindi saranno le amministrazioni comunali a dover dire se faranno gare d’appalto e/o affidamenti diretti. Il decreto Ronchi abrogato, prevedeva che la gara d’appalto fosse l’unica strada percorribile per l’assegnazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, salvo casi eccezionali in cui poteva avvenire l’assegnazione in house, a patto però che la scelta fosse dettata da una situazione straordinaria e che la motivazione fosse approvata da una commissione di controllo. Era necessario, però, che anche le società a gestione interamente pubblica introducessero una partecipazione privata nel loro CdA, non inferiore al 40% del totale.

Sottolinea il Comitato referendario 2 si per l’acqua bene comune: «L’abrogazione del famigerato decreto Ronchi richiede una nuova normativa. Dal 2007 è depositata in parlamento una legge d’iniziativa popolare, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua con oltre 400.000 firme: dev’essere immediata portata alla discussione, ampia e partecipativa, delle istituzioni e della società. Inoltre, l’abrogazione dei profitti dall’acqua richiede l’immediata riduzione delle tariffe pagate dai cittadini, nonché la convocazione, Ato per Ato, di assemblee territoriali che definiscano tempi e modi della ripubblicizzazione del servizio idrico in ogni territorio».

SECONDO QUESITO: Abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, il cui importo prevedeva anche la remunerazione del capitale investito dal gestore. Il fabbisogno di investimenti è stato stimato nel rapporto Blue Book contenente i dati sul servizio idrico integrato. È risultato essere pari a 64,12 miliardi di euro in 30 anni (2 miliardi l’anno), con una leggera prevalenza degli investimenti destinati a fognatura e depurazione, “attività complesse sulle quali pendono sanzioni dell’Unione Europea”, ricorda Federutility (Federazione delle imprese energetiche e idriche). Sempre secondo Federutility, l’effetto del secondo referendum è che la costruzione delle necessarie opere idriche dovrebbe essere finanziato con la spesa pubblica, quindi con un aumento delle tasse.

TERZO QUESITO Abrogazione delle norme che consentono in futuro il ricorso alla produzione di energia nucleare sul territorio nazionale. Il sì al quesito referendario sul nucleare, con cui la maggioranza degli italiani ha bocciato per la seconda volta l’energia atomica entro i confini nazionali, si traduce nell’abbandono definitivo del programma nucleare, promosso dall’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e portato avanti dal suo successore Paolo Romani. La realizzazione degli impianti, solo considerando l’impegno di Enel-Edf, sarebbe stata pari a 18-20 miliardi di spesa, che quindi sarebbero diventati circa 40 per l’intero programma nucleare. Stime del gruppo elettrico italiano avevano dettagliato i costi in 5 miliardi per la prima unità, 4,7 per la seconda, 4,3 per la terza, 4 per la quarta, con ricadute occupazionali per poco meno di 3.500 persone per ogni unità. A fronte di questo impegno, i benefici sul piano economico sarebbero stati, secondo le attese, di uno risparmio del 20% sui costi di generazione; su quello ambientale, invece, la produzione di 100 TWh l’anno avrebbe fatto ridurre le emissioni di circa 35 milioni di tonnellate l’anno.

QUARTO QUESITOAbrogazione di norme in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire in udienza penale. Con la vittoria del sì cade anche ciò che restava dello scudo processuale della durata di 18 mesi che il premier Silvio Berlusconi e i suoi ministri potevano invocare per evitare di comparire in udienza in qualità di imputati. Indubbiamente l’altolà al legittimo impedimento è il voto dal peso politico più importante e segna la fine – quantomeno teorica – delle leggi ad personam in fatto di giustizia. Lo scudo era stato infatti già indebolito dalla Corte Costituzionale che il 13 gennaio scorso aveva bocciato i punti chiave del legittimo impedimento, in particolare respingendo l’impedimento continuativo fino a sei mesi attestato dalla Presidenza del Consiglio e l’automatismo nell’obbligo per il giudice di riconoscere la legittimità dell’impedimento.

Con l’intervento della Consulta il giudice aveva riottenuto la facoltà di valutare caso per caso e in concreto l’esistenza dei requisiti per richiedere il legittimo impedimento. Con il referendum cadono anche quelle parti dello scudo sopravvissute all’intervento dell’Alta Corte, in primis gli impegni istituzionali tipizzati per legge che il premier avrebbe potuto invocare fino al prossimo ottobre, per evitare di presentarsi davanti ai giudici milanesi di uno dei quattro processi a suo carico (caso Mills, Mediaset, Mediatrade e Ruby-gate).

D’ora in avanti Berlusconi e i ministri, così come qualsiasi altro cittadino, potranno invocare solo l’articolo 420-ter del codice di procedura penale, in base al quale chi non si presenta in giudizio a causa di una “assoluta impossibilità a comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento” ha diritto allo slittamento dell’udienza.

Francesco Guarino

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