Recensione – ‘Marina Bellezza’ di Silvia Avallone: il coraggio della felicità

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La scrittrice in una recente conferenza (caffeletterariolugo.blogspot.com)

Essere visibili o essere invisibili? Sembra essere questa la domanda che tormenta in continuazione i protagonisti di Marina Bellezza, opera seconda della scrittrice Silvia Avallone, attesa al varco dopo il successo di Acciaio (secondo classificato al premio Strega 2010). Le loro esistenze, infatti, si snodano attorno all’incombenza di un anonimato pesante e implacabile, da alcuni vissuto come una minaccia cui sfuggire con tutte le proprie forze, da altri come una promessa, frutto di scelte coraggiose e caparbie. In una provincia abbarbicata ai piedi delle Alpi (trasfigurazione dei luoghi d’origine dell’autrice, biellese di nascita), Andrea, figlio di un ex-sindaco, “parcheggiato” da anni all’università, Marina, aspirante cantante ma, soprattutto, “aspirante famosa”, ed Elsa, dottoranda in filosofia con vaghe ambizioni politiche, intrecciano i propri sentimenti e i propri sogni, ora amandosi, ora odiandosi, il più delle volte, semplicemente, non capendosi.

Ciascuno con un rapporto diverso nei confronti della solitudine, sia quella intima dei momenti privati che quella fisica imposta dai luoghi in cui abitano, che divide e al tempo stesso unisce i loro destini. Andrea vorrebbe sciogliere qualsiasi legame con la civiltà, recuperando la vecchia cascina del nonno e, con essa, l’antica tradizione della transumanza. Marina insegue l’Eldorado patinato della televisione, collezionando comparsate d’ordinanza e promesse di carriera. Elsa, pendolare suo malgrado, si convince, un po’ per noia un po’ per passione, che la rivoluzione non riguarda più le grandi città ma i piccoli centri dimenticati. Ma, alla fine, è l’attrazione che ognuno prova per l’altro a guidare le loro azioni e i loro progetti.

C’è un pregio evidente del romanzo di Silvia Avallone: nessun personaggio è superiore agli altri, impossibile distinguere fra vincitori e vinti. Doti e meschinità sono egualmente distribuiti, al punto che l’istinto di identificazione del lettore, sempre bisognoso di scovare il “migliore” o, quantomeno, il più “simpatico”, si ritrova costantemente ondivago fra briciole di torto e brandelli di ragione, disseminati in mille direzioni opposte. Il che diventa ancora più degno di nota se si pensa alla figura centrale dell’intreccio, Marina Bellezza (che dà anche il titolo al libro). Marina, infatti, rappresenta tutti gli stereotipi di una generazione cresciuta a pane e spettacolo, cui importa solo apparire il più possibile e che, per questo, si barcamena in un ambiente, quello dello “show business”, da molti disprezzato, quando non indicato come l’origine di ogni male della società contemporanea. Date tali premesse, il rischio di scivolare in una retorica moraleggiante o in un sarcasmo caricaturale da primi della classe era alto. La scrittrice, al contrario, delinea un ritratto sincero e sfaccettato, teso non a giudicare sulla positività o meno di un mondo quanto a restituire la spontaneità dei movimenti psicologici a esso sottesi.

Da questo punto di vista, l’ambientazione assume un’importanza capitale. La marginalità geografica e culturale dei luoghi descritti, tale da porli al di fuori della Storia, così come la prevalenza di elementi notturni e invernali, che conferisce ai paesaggi un accento astratto e quasi metafisico, avvolgono le vicende in un’atmosfera plumbea, in cui le riflessioni dei personaggi sembrano emergere a fatica da una sensazione di onnipervasivo silenzio. L’aspetto provinciale, ossessivamente rimarcato nelle numerose digressioni, non esprime quindi squallore, pur rasentandolo in continuazione, bensì funge da necessario contraltare alle azioni dei protagonisti, che acquisiscono così una nitidezza narrativa e una pregnanza etica maggiori.

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La copertina del romanzo (corriere.it)

Tuttavia, se eventi principali e relativa ambientazione convincono, meno lo fanno le figure secondarie. I comportamenti dei genitori (di Andrea e Marina), infatti, appaiono rigidi e predeterminati, tanto da renderli quasi “tipi” piuttosto che “personaggi”. Il che, se inizialmente ben si sposa con la funzione del contesto sopra descritta, alla lunga rischia di imprimere un’involontaria virata psicanalitica al romanzo, la quale tende a scagionare i protagonisti da qualsiasi responsabilità diretta per le proprie decisioni. Invece, è quando essi riescono a divincolarsi da ricordi e frustrazioni familiari che un più vivido orizzonte di senso inizia a profilarsi nella loro mente (e in quella del lettore).

Perché, come afferma Elsa verso la conclusione, non conta essere vincitori o vinti, né visibili o invisibili. Conta l’intensità delle proprie scelte, al di là che possano apparire illogiche o incontrare disapprovazione. Pur cercate con decisione, pur perseguite caparbiamente, non esistono soluzioni pratiche al disagio dei protagonisti. Esiste, al contrario, l’incessante e disarmante inseguimento della felicità, che, sembra suggerire l’autrice, è come un lago nascosto in mezzo alle montagne, dove non si può sostare a lungo.

Restano allora pochi momenti, confusi ma preziosi, in cui affiora la consapevolezza che andare contro gli altri e contro se stessi è stato, se si può usare questa parola, giusto. Restano, allo stesso modo, pagine di un libro che, scontata la semplicità della prosa e la facilità di alcune scelte narrative, regala lampi e immagini degni di una scrittrice di razza.

Francesco Brusa

Foto homepage: wuz.it

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