Recensione – La vita di Adele, una lezione di predisposizione affettiva

La locandina del film "La vita di Adele" (everyeye.it)

La locandina del film “La vita di Adele” (everyeye.it)

Di cosa è fatta l’esistenza o quella che, per comune semplificazione di massimi sistemi, chiamiamo “vita”? Doveri? Piaceri? Speranze, delusioni, obiettivi? Traguardi raggiunti o da raggiungere? Tutte queste cose messe assieme o semplicemente la necessità di essere se stessi in una dimensione spazio-temporale di certo non ricercata ma da affrontare per forza di cose fin dal primo respiro? Come reagire al continuo doversi immedesimare in luoghi e tempi non prescelti ma pur sempre doverosamente rispettabili in quanto dono superiore e, per questo, da onorare rispettando innanzitutto la propria persona per meglio predisporsi al servizio del prossimo?

Quali scelte compiere e verso quali direzioni, dunque, proseguire questo fondamentale cammino? Se lo chiede la giovane Adele (interpretata, anzi si direbbe proprio “vissuta” da una superlativa Adele Exarchopoulos) nella pellicola che, appunto, la riguarda in primissima persona, La vita di Adele, Palma d’Oro al Festival di Cannes 2013. Sotto lo sguardo a tratti paterno e non di rado anche alquanto compassionevole dell’egregia regia del franco-tunisino Abdellatif Kechiche, Adele vive il passaggio cruciale dall’adolescenza all’età adulta in davvero tutte le sue sfaccettature, a partire dalla scoperta della propria predisposizione all’omosessualità passando per la maturità del proprio stesso desiderio di svolgere la professione di educatrice, entrambi ambiti che le concedono di esplorare il senso più profondo della scoperta di sé al servizio, appunto, anche del bene altrui, finché auspicabile per la più pura espressione della propria stessa vitalità condivisa.

Adele è una liceale appassionatissima di letteratura e desiderosa, come accennato, di svolgere la professione di insegnante una volta superato il periodo scolastico. Come, in sostanza, un po’ tutte le situazioni studentesche, anche la sua le consente di affrontare, sia dentro che fuori di sé nel rapporto con le amiche e con la famiglia, la propria più o meno spiccata predisposizione ai rapporti interpersonali: conosce un ragazzo, se ne innamora, ci va a letto ma, nonostante tutto questo la faccia sentire prossima alla realizzazione interiore, sente che qualcosa le manca, qualcosa di grosso, qualcosa capace di spezzare in eterno la catena delle sue reazioni affettive. Per puro caso, però, un giorno, attraversando la strada, incrocia lo sguardo fulminante di Emma (Léa Seydoux, anche lei eccellente), una ragazza appariscente un po’ per il finto colore dei capelli (il blu), un po’ per il concreto fascino ammaliante che il suo volto e il suo portamento provocano nell’animo di Adele. Ancora per caso, ma anche un po’ per trascinante desiderio inconscio, le due ragazze si incontrano in un locale gay: si riconoscono, si notano di nuovo, si avvicinano, parlano amichevolmente, si conoscono. Ne nascerà un amore tanto profondo da ritenersi devastante nel momento in cui una serie di intemperie interiori comincerà ad attanagliare la considerazione che entrambe avranno del loro stare insieme.

Lo sguardo di Kechiche, nelle pur non semplicissimamente trascorribili tre ore di messinscena (derivanti dal fumetto Il blu è un colore caldo di Julie Maroh), malgrado la presenza di un po’ di mestiere nell’associazione di accadimenti e significati provenienti dall’esterno narrativo, accarezza letteralmente con dolcezza sia il corpo che l’anima della ragazza, con la consapevole predisposizione continuativa di una lunghissima serie di primi piani e dettagli capaci di sacrificare quasi ogni alone di profondità di campo al servizio di un’altra profondità ben più importante, ovvero quella dell’anima, della condivisione di ogni singolo respiro vitale, di ogni pur minima predisposizione al donarsi all’altro senza nemmeno l’ombra di condizione.

Di scene di sesso esplicito, certo, se ne vedono a bizzeffe ormai quasi in qualunque prodotto cinematografico e non solo. Il dilemma sta nel capire in che modo poterle usare concretamente: puro merchandising da attrazione commerciale o estrema funzionalità narrativa? Le interminabili sequenze lesbo di Kechiche rispondono in maniera egregia al secondo quesito. Se l’asticella del comune senso del pudore, almeno (per noi italiani) da Pasolini ai giorni nostri, è ormai stata posizionata qualche metro più in alto, forse conviene seguire quella scia, se proprio si vuole, in maniera coscienziosamente funzionale alla propria più intima intenzione di narrare una situazione, più che una storia, analizzandone quanto più a fondo gli aspetti più alacremente emotivi.

Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux in una scena di" La vita di Adele" (iodonna.it)

Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux in una scena di” La vita di Adele” (iodonna.it)

Non semplicissime da seguire le tre ore di successione filmica offerte, si diceva. Eppure, malgrado una pur giustificabilissima indisposizione spettatoriale, esse sono, tutte e tre (non minuto in più né minuto in meno), estremamente necessarie a donare il senso più intimo, profondo e, soprattutto, sincero della vicenda non soltanto narrativa. Kechiche mette lo spettatore in condizione di vivere quelle tre ore di vita, seppur in maniera ellittica, quasi esattamente di pari passo con ogni singolo respiro di una Adele prima entusiasta di ciò che non avrebbe mai immaginato la vita le stesse riservando, poi consapevole dell’interminabilità di ciò che altro non rappresenta se non una gara ad ostacoli pronta a sovvertire ogni ipotesi di serena condivisione d’animo, quindi decisa a prendere di petto ogni singola condizione esistenziale pur con l’eterna compagnia del dolore più lacerante offerto quotidianamente dal senso di perdita e dal sapore della sconfitta.

Bisogna effettivamente lasciar marcire ogni ridicola castroneria scritta su infinite pagine di carta stampata al tempo di Cannes e dintorni: qui, a dirla proprio tutta, non c’è niente di veramente volgare neanche nelle sequenze più forti e davvero limitrofe al concetto di pornografia, perché la macchina da presa fa delle due anime protagoniste una vera e propria scultura al significato più profondo del termine “amore”, ne accarezza docilmente i corpi con comprensione e avvolgimento per offrirne una fetta a chiunque voglia prendere parte ad una vera e propria cerimonia di donazione interpersonale. Malgrado tutto. Nonostante gli ostacoli quotidiani vengano innalzati sempre e ancor di più come in un sadico gioco di contrapposizioni emotive. Al di là di concetti come pudore, sessualità, socializzazione e acculturazione interpersonale, c’è ancora tanto, ma davvero tanto, da imparare.

(Foto: everyeye.it / cineblog.it / iodonna.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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