Recensione – Blackstar, nati sotto una stella nera

La locandina del film "Blackstar" (primissima.it)

La locandina del film “Blackstar” (primissima.it)

È una sfida ampia quella che si percepisce guardando Blackstar - nati sotto una stella nera, il film prodotto da Point Films e Rai Cinema in uscita il prossimo giovedì. È una sfida produttiva e culturale e una scommessa che il regista, Francesco Castellani, in tandem con lo sceneggiatore David Turchi, ha sostenuto dalla stesura alla realizzazione di questa storia. Blackstar infatti è una di quelle scomode rappresentazioni del sociale sul quale è difficoltoso investire perché, troppo spesso, la loro composizione è troppo lontana dalla commedia cortese di stampo italiano.

Liberamente ispirato alla storia vera di una squadra di calcio composta per intero da rifugiati, il film comincia all’interno di un campo da calcio polveroso e abbandonato, ubicato nel quartiere romano di Pietralata. Sul suo terreno disconnesso, Gianluca e i suoi amici hanno dato vita ad un vero e proprio progetto sociale: allenano una squadra di calcio composta da rifugiati che, nel loro difficile status, hanno pochissimi contatti umani sui quali poter contare e maneggiano un bagaglio di vissuto difficile sia da raccontare che da lasciarsi alle spalle. Per tutti loro, quel campo da calcio diventa la rappresentazione di un bisogno comune, la soddisfazione di essere riusciti a trovare il proprio posto nel mondo: una necessità che vale per il rifugiato, il clandestino ma anche per un qualsiasi ragazzo italiano.

L’affezione a quel campo polveroso è talmente tanta che Gianluca e i suoi amici avviano addirittura le pratiche per sostenerne la riqualificazione. Ma non tutti sembrano contenti di veder girare per il quartiere tante facce straniere che, nell’ignoranza comune, restano pur sempre possibili clandestini. Ne deriva dunque una disputa di quartiere, che assume le sembianze di una vera e propria guerra fra poveri, ma che insegnerà a tutti i personaggi coinvolti il segreto del confronto. I personaggi voluti da Castellani infatti, sono costruiti per essere uno lo specchio dell’altro e, pur infervorati dalle loro differenze, scopriranno di vivere disagi simili e di avere, in fondo, sogni comuni.

Il regista del film "Blackstar" Francesco Castellani (screenweek.it)

Il regista del film “Blackstar” Francesco Castellani (screenweek.it)

Blackstar non è un film sull’immigrazione ma, come dice il regista stesso, racconta «piuttosto una storia di relazioni umane in bilico tra commedia e tensione. Il fenomeno della migrazione entra di riflesso nella vicenda, come catalizzatore di tensioni tra persone calate in una realtà quotidiana nella quale l’incertezza e la precarietà del vivere accomunano migranti e non migranti, ugualmente privi di identità e stabilità». È quindi un bel ritratto quello che Castellani porta sugli schermi e che, esclusa la disputa di quartiere, che è di pura invenzione, si è ispirato alla storia vera dei Liberi Nantes Football Club, che oggi resta la prima squadra italiana a carattere permanente ad aver scelto di rappresentare il popolo dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico. A loro, quel campo sportivo di periferia ha permesso di intessere un tessuto sociale di appartenenza, che resta un tesoro inestimabile per chi, come i migranti forzati, ha conosciuto la tortura e la violenza ed è stato costretto a fuggire dal proprio paese per sopravvivere.

Blackstar è una commedia che fa riflettere e riesce a commuovere; sembra il risultato di una riflessione scontata, ma insegna invece che la tolleranza e la condivisione hanno bisogno che si vada ben oltre le semplici buone maniere. È un film senza troppe pretese, ma che non si può non guardare, soprattutto al giorno d’oggi, perché può essere un contenitore di intenzioni universali. È un piacere scorgere ed intuire il lavoro di squadra, l’affetto e la convinzione che sono serviti per rendere materia un film come Blackstar che, dalle musiche alle scenografie, dimostra la sua anima di film corale. Come non citare ad esempio le composizioni di Ennio Morricone insieme all’apporto blues nostrano dei Bufalo Kill; o come non rendere omaggio all’opera d’arte Monumento al migrante ignoto appositamente realizzata per il film dagli artisti Denis Imberti e Stefano Tasca che, tra l’altro, è stata donata all’associazione dei Liberi Nantes.

Insomma, il film di Castellani, sebbene privo di manie di grandezza e alle volte troppo avvezzo ai sentimentalismi, merita di uscire dalla sua fase di gestazione distributiva durata oltre un anno, perché consente alla storia dei Liberi Nantes Football Club di essere finalmente raccontata.

(Foto: primissima.it / screenweek.it / starssystem.it)

Valentina Malgieri

@V_Malgieri

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2 Risponde a Recensione – Blackstar, nati sotto una stella nera

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    Anonimo 09/10/2013 a 12:41

    Nonostante il buon ideale, il film è sostanzialmente brutto, con una sceneggiatura veramente poco curata e un flusso narrativo scontato quanto ricco di stereotipi e cliquè che sono più appartenenti a un certo cinema di effetto, un puro stile fiction RAI, che a una storia che dovrebbe essere raccontata con dovizia di particolari e sfumature.

    A poco servono i regali del maestro Morricone e quella che poteva essere una bella storia; nelle mani giuste poteva essere veramente un film interessante mentre così resta mediocre… peccato per i Liberi Nantes

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  2. avatar
    Anonimo 22/10/2013 a 16:22

    L’ho visto l’altra sera. Non è una grande film,sicuramente,ma ha trattato delle dinamiche in un modo nuovo,e questo mi è piaciuto.

    La pecca più grande credo che sia nella sceneggiatura.
    Alcuni attori non mi sono piaciuti per niente,aggiungendo battute banali e fuoriposto con il solo scopo di risultare simpatici.
    Altri invece mi sono piaciuti di più,facendomi davvero ridere con spontaneità.
    Finale retorico,con battute troppo imboccate. Voce fuori campo a tratti invadente!(che senso ha raccontare ciò che stiamo vedendo??!)
    La colonna sonora è un piccolo punto a favore.
    Voto finale: 6-

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