Quirinale 2013, la conta dei voti del centrosinistra

Bersani e il Quirinale: un doppio nodo che "strozza" il leader Pd

Roma – Il senatore del Partito Democratico e candidato alle primarie per il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha detto questa mattina a Omnibus su La7 che «il Capo dello Stato non deve essere oggetto di trattativa, ma dovrebbe essere scelto tra le persone migliori». Un auspicio per una scelta di concordia, in un’ottica di rinnovamento della politica, ma che in realtà lascia trasparire le preoccupazioni della coalizione Italia. Bene Comune per un altro obiettivo che potrebbe sfumare, a causa dei numeri risicati usciti dalle urne.

L’elezione del presidente della Repubblica, infatti, avviene a Parlamento riunito, integrato da 58 delegati regionali (3 delegati per ciascuna regione, uno per la Valle d’Aosta), e in questo scenario il centrosinistra non può contare sulla maggioranza necessaria per l’espressione di un candidato autonomo. Infatti, sommando i 345 deputati ai 123 senatori e ai 32 delegati regionali (due per le undici regioni attualmente governate, più altri due per il Trentino Alto Adige, con il partito Svp che fa parte della coalizione guidata da Bersani, più altri otto di opposizione), si ottiene la cifra tonda di 500 grandi elettori, appena sotto la maggioranza assoluta di 504 membri richiesta dal quarto scrutinio in poi per l’elezione del presidente.

Per contro, il centrodestra di Silvio Berlusconi potrà contare su 268 elettori (26 delegati regionali, 125 deputati e 117 senatori) e il Movimento 5 Stelle su 163 (109 deputati, 54 senatori). Le componenti residuali sono espressione di Scelta Civica e delle autonomie regionali.

I numeri, dunque, invitano a un’ennesima riflessione sulla necessità di accordi di larghe intese. Almeno di smottamenti all’interno degli schieramenti, infatti, il centrosinistra è condannato a non poter eleggere un candidato di bandiera, e dovrà scendere a patti. Escludendo i grillini, la scelta ricadrebbe su Monti o, peggio ancora (in quanto a posizioni), sul Popolo della Libertà.

In questi ultimi giorni si sono fatti i nomi più disparati, prevalentemente di personaggi politici come Gianni Letta, Marcello Pera, addirittura del neoeletto presidente del Senato, Pietro Grasso. Nomi sui quali i berluscones potrebbero convergere, in quell’ottica di spartizione delle cariche invocata a mezzo piazza dall’ex premier, ma che provocano malumori – Pera, in particolare – all’interno del Pd, che pur riunito non ha mai superato la storica divisione Ds – Margherita, con due correnti ben distinte che hanno idee spesso diametralmente opposte.

A Pier Luigi Bersani, dunque, spetterà un doppio incarico improbo: in primis, convincere il presidente Napolitano di poter governare (con quali numeri, almeno al Senato, non è dato saperlo), e convincere il Parlamento a eleggere un nuovo capo dello Stato, sempre che l’attuale inquilino del Quirinale non accetti, per evitare un impasse istituzionale drammatica, di farsi rieleggere.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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