Questo mese nei negozi di dischi

Il mondo dell’arte in generale (o almeno per ciò che riguarda quello che ne rimane a tutto tondo) non smette mai di sfornare quantità industriali di prodotti in mezzo ai quali districarsi con abilità e serie capacità di selezione da cernita diventa un compito sempre più difficile se si vuole preservare, al giorno d’oggi, un minimo di fattore qualitativo. Pertanto, per inoltrarci nel pazzo mese di marzo, tra soleggiate primaverili, poco opportune pioggerelle serali e rischi meteorologici di vario genere, male non faremmo a rinchiuderci tra le mura del nostro negozio di dischi di fiducia per cibarci di novelle primizie sia in approdo in questi giorni che da attendere non senza un briciolo di fremito da pura passione viscerale.

A riempire eventuali vuoti interiori causati sia da immancabili mancanze creative che da potenziali astinenze personali (spesso di portafoglio, visti i tempi che corrono) ci vengono in aiuto i nostri amatissimi e geniali Motorpsycho con il nuovo controverso e spiazzante doppio album The death defying unicorn, lavoro che, oltre a confermare una inestinguibile promiscuità stilistica che da più di vent’anni contraddistingue Bent Saether e soci come una delle migliori e più acculturate band del pianeta, ben si collega con esperienze passate (si veda, su tutti, il bellissimo esperimento jazzistico di In the fishtank e Phanerothyme per le coabitazioni tra corde e fiati) per dare comunque vita a nuove strade, con particolare riferimento a concezioni di matrice progressiva di decade ’70. Inizialmente commissionata dal Molde Internationa Jazz Festival per i festeggiamenti del suo cinquantesimo anniversario, questa vera e propria opera in due atti (in collaborazione con la Trondheim Jazz Orchestra e il violinista Ola Kvernberg) è un vero e proprio tuffo concettuale in un’oscurità fiabesca sia tematica che strumentale, tanto profonda da provocare quel consueto misto tra distacco iniziale e graduale accentramento di attenzione da parte dell’ascoltatore che, almeno da Little lucid moments fin qui, è ormai parte integrante di una nuova ma proprio per questo entusiasmante fase (mostruosamente) creativa del trio norvegese. Se avete venticinque euro da spendere e cercate qualcosa su cui fare affidamento ma che, al tempo stesso, vi smuova qualcosa dentro, questo doppio vinile fa al caso vostro.

Rimanendo in ambiti qualitativamente (anche se non per qualcuno) abbastanza alti, possiamo tranquillamente guardare in casa nostra per accorgerci che, in effetti, i Calibro 35 restano una delle band nostrane più interessanti al momento. Il loro nuovo Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente casuale (titolo che come non mai rispecchia una certa verve massicciamente cinematografica mai estinta, basti ricordare le recenti rivisitazioni di colonne sonore per b-movies tricolore), registrato in quel di New York, ben si destreggia tra composizioni di proprio pugno e ormai tipiche rivisitazioni passate tra nomi di rilievo come, uno su tutti, Ennio Morricone. Ma l’Italia (in barba a chi dice di no) ha talmente tanti talenti in erba e non che anche solo al di qua dei confini nostrani è possibilie riscontrare, spesso, la medesima difficoltà di cernita qualitativa alla quale accennavamo in principio. Tra gli approdi più recenti, dunque, i nostri già conosciuti Il cielo di Bagdad, benché dopo un paio di mesi di ritardo, tornano sotto i riflettori con Unhappy the land where heroes are needed or lalalala, ok, nuovo esperimento sulla già consolidata scia post rock intrapresa dall’agglomerato casertano ma denso di nuove escursioni specialmente per quanto riguarda soluzioni ritmiche prossime ad accenni mediterranei. Ad ogni modo, il disco si autoimpone obiettivi sia strumentali che (a tratti soprattutto) concettuali, scegliendo di attribuire protagonismo assoluto a minuscole storie di vita quotidiana altrimenti passate inosservate agli occhi di un’esistenza prossima all’implosione da atrofizzazione collettiva (tema al quale la band è pasolinianamente affezionata sin dalla nascita).

Per mettere la ciliegina sulla torta a forma di stivale, in più, occhio anche ai nuovi Cromatica dei Marta sui tubi e Good luck dei Giardini di Mirò, altri veri e propri signori dell’underground (ma non troppo) italiano.

Ritornando in territori ben più mainstream, varie sono le opzioni di scelta. Per chi volesse affidarsi a vecchi (quasi estinti) mostri sacri, una valida medicina potrebbe essere racchiusa in En vivo, ennesimo album live (in arrivo a fine mese) dei signori Iron Maiden, doppio documento (sia audio che video) utile a racchiudere praticamente l’intera performance dell’Estadio Nacional di Santiago, in Cile, una delle svariate (e meglio riuscite) tappe del recente The Final Frontier Tour. L?album, come di consueto, contiene sia le ultime esperienze compositive che veri e propri cavalli di battaglia come 2 minutes to midnight, The trooper o The number of he beast. Fondamentalmente inutile se non per collezione assieme al resto dell’intera discografia della band. Meglio il versante video, con un doppio DVD o Blu-ray strabordante di backstage e contenuti speciali.

Sempre in tema di mostri sacri, anche se sotto aspetti ben diversi, anche il signor Paul McCartney, ormai settantenne, non smette di diffondere creatività in ogni direzione, anche se, stavolta, d aun punto di vista prettamente da rivisitazione, essendo il suo Kisses on the bottom un disco di cover a tutti gli effetti. Largo, dunque, a brani ed artisti poco conosciuti ma, a detta del diretto interessato, fondamentali per il suo percorso di crescita nell’ambito dell’immortale esperienza coi “fab four”. Ahlert e Young, Mort Dixon o Jeoffrey ed Harry Clarkson, dunque, riprendono vita grazie a quanto di più gradevole e sentito una vera e propria pietra milare della contemporaneità artistica avesse mai potuto pensare di realizzare.

Per finire, almeno per il momento, mentre il buon Slash fa circolare in rete e passare in radio il suo nuovo singolo solista You’re a lie, primo estratto dall’album Apocalyptic love in arrivo nel mese di maggio, i Cranberries di Dolores O’Riordano tornano attivi con il nuovo Roses, primo album in studio dopo ben dieci anni di astinenza costruito su undici pezzi di consueta notevole levatura melodica degli albori. Largo, allora, al tipico soft rock semi-acustico dalle strutture semplici ma forte delle mai perdute capacità di arrangiamento simil perfezionista. Potenzialmente il disco che la band cercava di comporre dopo l’enorme successo di No need to argue del 1994, il compito di tale lavoro potrebbe, però, sia significare una ritrovata vena compositiva che (molto più facilmente) una sorta di recuperso di se stessi dopo indiscrezioni reciproche e carriere soliste ben poco fortunate. Ai posteri l’ardua sentenza.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews