Questa settimana nei negozi di dischi: Stone Gossard e ristampe Blue Nile

The blue nile Hats (electricity-club.co.uk)

La copertina di "Hats" dei Blue Nile (electricity-club.co.uk)

Non è periodo di grandissime uscite, questo corrente. Certo, in termini di attese i palati stanno sbavando già da un po’ se si considera che, invece, i prossimi mesi saranno abbastanza succulenti: tra i nuovi album di Nine Inch Nails, Dream Theater e Marlene Kuntz c’è di che attendere per gustare potenziali novità strutturali un po’ su tutti e tre i fronti (forse un tantino meno sulla sponda Dream Theater, visto il genere e la scarsa predisposizione della band stessa al concetto di “novità”).

Certo è anche, però, un dato di fatto: scavando scavando, tra nuove uscite e riproposizioni in veste di ristampa, sugli scaffali dei negozi di dischi si trova sempre qualcosa di interessante. A cominciare, probabilmente, dal nuovo album solista della chitarra ritmica di casa Pearl Jam, ovvero Stone Gossard. Mentre tutti i riflettori mondiali sono puntati sulla band al completo nella intrepida attesa di una nuova uscita discografica che sembra essere ancora nella fase embrionale di costruzione (a detta del bassista Jeff Ament, si tratterà di un disco “sperimentale”; a detta del sottoscritto, tra progetti solisti e reunion dei vari membri, la voglia, pur giustamente, pare essere un tantino scemata), il secondo lavoro in solitaria di firma Gossard, Moonlander, arriva (a ben dodici anni di distanza dal precedente e forse migliore Bayleaf) a spiazzare un po’ anche l’ascoltatore più abituato a suoni ostici o scelte metodiche ben fuori dal comune. Ma proprio questa caratteristica di potenziale disorientamento, in verità, rende il prodotto interessante sulla base di un prolungato lavoro su accordi, riff e demotape datati ma, a quanto pare, ancora degni di essere presi in considerazione per uno sviluppo attuale. Notoriamente prolifici in fase di composizione preventiva ad ogni ingresso in studio, sappiamo bene come ogni membro dei Pearl Jam si presenti alla chiamata, praticamente, sempre con un nuovo disco personale (tanti sono i pezzi che ogni singolo membro propone ai propri soci). Questi inclusi in Moonlander, dunque, corrispondono alla visione personale di Gossard riguardo a brani tenuti in disparte dalle session degli ultimi dischi in studio. Il motivo lo si comprende bene se si ascolta questo album e lo si mette a confronto con almeno le ultime tre uscite della band di Seattle: in questo caso particolare, siamo di fronte ad una concezione del rock ben lontana da quella “post-tradizionale” portata avanti orgogliosamente da Eddie Vedder e soci. Ad attirare ancora di più l’attenzione, poi, sono collaborazioni che rispondono al nome di Matt Cameron (batterista proprio dei Pearl Jam, ex Soundgarden ora riuniti) e Matt Chamberlain (altro batterista e altro ex Pearl Jam, anche se solo per pochi mesi). Da testare, dunque, se interessati.

Stone Gossard (classickrockmagazine.com)

Stone Gossard in studio (classickrockmagazine.com)

Eludendo per un attimo il fattore novità, il mercato delle ristampe in versione “deluxe”, ormai, ha preso piede in maniera del tutto parallela a quello (nettamente impoverito) dei normali album di fresca uscita. Le uniche proposte capaci di rendere una qualunque ristampa (al di là del missaggio ammodernato e meglio fruibile) qualcosa di interessante tanto per un primo ascolto quanto per una riscoperta dell’opera o del suo diretto artefice, dunque, sono sostanzialmente due: da una parte le ristampe votate semplicemente a reimmettere sul mercato un prodotto immeritatamente messo da parte dall’opinione pubblica, dall’altra le ristampe doppie, triple, quadruple o con dvd votate unicamente a collocare in maniera più o meno casuale, nei dischi aggiuntivi, un po’ tutto il materiale tenuto in disparte all’epoca delle incisioni (ci doveva pur essere un motivo in merito) tra “b-sides” (a volte veramente ottime: si noti la ristampa di The Joshua Tree degli U2 di qualche anno fa, praticamente un altro capolavoro fantasma), versioni alternative, versioni con testi leggermente diversi o sospiri meglio o peggio emessi, eccetera eccetera eccetera. Questa volta, però, con davvero molto ma molto piacere, c’è in ballo qualcosa che queste due direttive le unisce entrambe e anche bene: possiamo, infatti, disporre delle ristampe in doppio cd di tutta la discografia (praticamente solo quattro album) degli scozzesi Blue Nile, ovvero una delle migliori band in assoluto del panorama “sophisti-pop” anni ’80. Dopo un periodo anche troppo lungo di irreperibilità dei loro splendidi prodotti, è dunque possibile usufruire di nuovo di dischi memorabili come A walk across the rooftops (1984), Peace at last (1996), il più recente e intimista High (2004) e, soprattutto, uno dei dischi più belli mai incisi nell’intera storia della musica: Hats (1989). Si tratta di un album che va oltre il concetto stesso di opera musicale per travalicare orizzonti di vera e propria estasi oscura e introspettiva. Di sicuro i venti euro meglio spesi per una ristampa deluxe. Fidatevi. Se volete approfondire il discorso, poi, sulla band e su questo disco in particolare, per meglio afferrarne la grandezza, se ne parla anche in questo libro.

Tanto per rimanere in tema di oscurità intimista, anche se di matrice ben più instabile e sinistra, un certo David Lynch non smette mai di stupire per poliedricità e genio audiovisivo. Separando la folle e allucinata capacità di produrre suoni suggestivi dalla indiscutibile imbattibilità in termini di creazione cinematografica (dove il suono stesso è tutt’altro che secondario), dopo aver diretto il nuovo videoclip dei Nine Inch Nails in imminente ritorno, il buon Lynch dona vita al suo secondo album The big dream, strano disco che fa del concetto stesso di blues qualcosa di talmente vivisezionabile da rendersi terreno di battaglia per la conquista di un genere capace di rendersi quasi nuovo anche quando reinterpreta spezzoni di una divinità dome Bob Dylan (The ballad of Hollis Brown) o espelle neuroni impazziti di spettralità, inquietudine e complessità enigmatica. Ostico, ma decisamente interessante come tutto (ma davvero tutto) ciò che riguarda il suo diretto autore.

Buon ascolto.

(Foto: classickrockmagazine.com / electricity-club.co.uk)

Stefano Gallone

@SteGallone

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