Questa settimana nei negozi di dischi: ristampe RATM, Prodigy e Interpol

Il periodo natalizio, come sappiamo bene, praticamente non consente di tralasciare proposte per pacchetti regalo da posizionare sotto l’albero decorato, pronti per essere scartati con la tipica avidità curiosa forse infantile ma, di certo, legittima se, almeno, ci si è meritati, non tanto nel corso degli ultimi dodici mesi quanto nell’arco di una vita intera, un minimo di considerazione umana. Se a Natale siamo tutti più buoni, insomma, perché non azzardare, incuranti della grave crisi (materiale e umana) circostante, la spesa di qualche soldo in più per chi amiamo dal profondo del nostro cuore? Tanto è Natale. È questo il pensiero quotidiano (che trova sfogo estremo proprio in momenti simili, in cui confusione monetaria e festiva si amalgamano talmente bene, nella “coccia” di noi poveri italioti, da anestetizzare qualunque tipo di problema, salvo poi ritrovarselo appiccicato addosso al ripristino di una triste e dura “normalità”) di una delle ramificazioni industriali più scellerate e vigliacche, ovvero quella artistica, musicale in primis. E allora, ecco a voi un paio di nuove uscite succose ma, soprattutto, alcuni prodotti ben noti e retrodatati ma qui riproposti per essere contemplati, decorati e ceduti al prossimo in segno di stima. Per la gioia delle tasche di chi scalda ancora poltrone troppo spesso immeritate.

Il primo (quantomeno imprescindibile) capolavoro riportato alla luce dalla fame di soldi delle major discografiche è nientemeno che l’esordio omonimo dei signori Rage Against The Machine (poi Audioslave con Chris Cornell alla penna e al microfono), freschi di reunion (naturalmente chissà quanto duratura) e ora di nuovo sugli scaffali dei negozi con Rage Against The Machine XX, riedizione di uno dei dischi più seminali dell’attuale concezione hard rock prossima al “nu” metal. Esattamente venti anni fa (precisamente il 1992), infatti, quando Zack De La Rocha, Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk tiravano fuori dal cassetto e regalavano alla Sony la base portante delle capacità di sprigionamento di quell’energia viscerale che già un certo ramo grunge aveva dimostrato di possedere e di poter divulgare a proprio piacimento (per la gioia proprio di etichette come la Epic Sonyo la Geffen: molto, troppo, hanno mangiato, tutti, dalle viscere della Sub Pop). Brani di pura rivolta sociale come Bombtrack, Killing in the name, Know your enemy, Take the power back o Wake up, dunque, ritrovano vita (semmai l’avessero persa) nella riedizione di uno di quei tipici dischi da tenere e conservare per forza di cose in un mobile o su di uno scaffale della propria camera. Non occorre aggiungere altro: il resto è storia. Recente, ma storia.

Ad ulteriore dimostrazione della tesi che vuole le case discografiche maggiori, o più fortunate di altre, confermarsi totalmente incapaci di rischiare un minimo del proprio budget per produzioni nuove e, fin dove possibile, innovative, ecco venir fuori, ovviamente solo in questo periodo, una riedizione di un altro importante lavoro discografico, anche se di genere differente rispetto a quello citato in precedenza. The fato f the land – expanded edition, infatti, resuscita, a suon di remix e pochi inediti, quel po’ di genio che, nel corso di una carriera altalenante e tossicodipendente, i comunque sempre bravi Prodigy sono riusciti a fornire al genere umano. Ben noti proprio grazie a questo disco, campione di vendite nell’annata 1997 / 1998 (basti ricordare brani come la celeberrima e “pubblicitaria” Firestarter o Smack my bitch up), Maxim Reality (notevoli anche i suoi progetti da solista) e soci riuscirono nell’intento (chissà quanto lucido) di miscelare elettronica, dance, dubstep e hard core ottenendo un risultato quantomeno pauroso se non proprio innovativo per l’epoca. Fatto sta che, a ormai quindici anni di distanza, i suoi di quell’album permangono nell’immaginario artistico collettivo e, anzi, mantengono la loro posizione di insegnamento strutturale.

Altra sponda, altra riedizione più commerciale che commemorativa: la botta commerciale colpisce (di nuovo), infatti, i signori Interpol per il decennale del loro esordio discografico Turn on the bright lights, oggi riproposto in formato 10th anniversary edition e, di conseguenza, capace di ripristinare ciò che di buono c’era nelle comuni menti di Paul Banks e compagni prima di un affievolimento creativo comprensibile ma, forse, troppo precoce. Ad ogni modo, ci viene offerta nuovamente la possibilità di passare in rassegna, se non lo si è fatto prima, uno dei migliori dischi del primo decennio degli “anni zero”, denso com’era (e com’è) di approcci chitarristici delicati e introspettivi talmente abili nel loro continuo costruirsi da far sospettare l’aleggiare del fantasma di un certo Ian Curtis tra le pareti dello studio di registrazione.

Infine, due nuove uscite (una e mezza, in verità) sono ascrivibili al territorio italiano e a due delle migliori band in circolazione da diversi anni a questa parte. Accomunati sotto il segno della migliore etichetta indipendente italiana, La Tempesta Dischi, i Tre Allegri Ragazzi Morti e Il Teatro Degli Orrori ritornano in scena, rispettivamente, con un disco di inediti e un interessantissimo primo esperimento elettricamente dal vivo (la prima vera semi-rova era l’acustico Raro ep, uscito in allegato con la rivista XL, così come questo nuovo prodotto). Quanto a Davide Toffolo e soci, il nuovo Nel giardino dei fantasmi dimostra a chiare lettere come il quartetto di Pordenone abbia ormai raggiunto una maturità da non ritorno per via di una capacità metodica di composizione ed esecuzione sempre rinnovabile e sostanzialmente sorprendente. Dopo precedenti esperimenti estremi giocati addirittura in chiave reggae, stavolta tocca al blues entrare nelle vene nordiche per innestare embrioni anche prossimi a contesti non del tutto ad esso estranei come, su tutti, quello folk. Simbolo, questo, di una maturità, dicevamo, che però, ovviamente, non può non andare di pari passo con una profonda cultura musicale dalla quale attingere per sviluppare il proprio ego artistico in maniera consona alle proprie stesse aspirazioni e aspettative.

Quanto, invece, al potentissimo agglomerato di capitan Capovilla, Dal vivo è, quasi sicuramente, uno dei più roboanti documenti live che una alternative rock band italiana abbia mai donato ai propri fedeli discepoli. Sette mostruosi anni di carriera (più altri dieci come One Dimensional Man, e scusate se è poco) sono racchiusi, in tutto il loro profumo di wattaggio animale da palcoscenico, tra questi tredici tasselli registrati nel corso del tour relativo all’ultimo capolavoro in studio Il mondo nuovo. Tanto per gradire, in scaletta è inserito anche il brano inedito Rivolta.

Buon ascolto.

E buon Natale.

Stefano Gallone

@SteGallone

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