Questa settimana nei negozi di dischi: Italia al top tra passato e presente

L’Italia non molla. In barba, ancora una volta (l’ennesima), a chi dice che qualsiasi forma d’arte (in primis musica e cinema) non ha più senso d’esistere al di qua delle Alpi, le etichette più o meno indipendenti, in risposta, continuano a sfornare prodotti molto interessanti. In questa sede in particolare, si tratta di due ritorni: l’uno ben più “underground” mentre l’altro etichettabile come veterano anche se comunque di nicchia per via del genere a cui da quasi quarant’anni appartiene.

Per quanto riguarda il primo elemento, i bergamaschi Le Capre A Sonagli (precedentemente noti all’ambiente lombardo come Mercuryo Cromo) hanno da poco rilasciato il loro secondo album, Sadicapra, dimostrando di saper giostrare molto bene, a proprio favore, il concetto di architettura sonora associato ad un formato canzone qui maggiormente marcato rispetto agli esordi più smaccatamente alternative rock. Una sostanza “low-fi”, dunque, prende il sopravvento tra le viscere di una maggiore (e a tratti decisiva) capacità di cura in termini di arrangiamento. Hard rock, alternative, folk, elettronica: tutte dimostrazioni di notevole formazione culturale messe saggiamente al servizio di un’opera (e di un progetto intero) tra le più interessanti del panorama underground italiano. Provare per credere.

Per ciò che concerne, invece, il secondo elemento a cui accennavamo inizialmente, si tratta del continuativo e felice ritorno sulle scene internazionali di una delle migliori band italiane in assoluto, considerando l’importanza che il rispettivo nome si porta dietro nel corso di circa (anche se intermittenti) quarant’anni di lucidissima e brillante carriera trascorsa sulle sempre meravigliose basi del periodo progressive italiano di inizio ’70. I partenopei Osanna, dunque, seppur reduci dalle loro origini esclusivamente per tramite dello storico e fenomenale frontman Lino Vairetti (lo potete trovare ad ogni mostra-mercato di dischi campana e capitolina con il suo bel banchetto personale), sono vivi eccome. Anzi, continua anche la splendida collaborazione con il sassofonista David Jackson (ex Van Der Graaf Generator) in Rosso rock, album registrato dal vivo durante la recente esperienza giapponese (terreno fertile un po’ per tutte le storiche band progressive italiane rispuntate a nuova vita e decorosamente rivalutate a partire dalla metà degli anni novanta fino ai giorni nostri). Il buon Vairetti, dunque, continua a dimostrare che in Italia è possibile osare e dona, dunque, alle stampe un gran bel documento di quello che sono stati e sono ancora, forse, i migliori musicisti nostrani di sempre. Il disco consiste, nella fattispecie (oltre ad essere mezzo di trasporto per un paio di brani inediti), nell’ intera riproposizione di quello che fu il bellissimo Preludio, tema, varazioni, canzona (1972), meglio noto come fulminante colonna sonora per il film di Fernando Di Leo Milano Calibro 9 (per inciso: se vi piacciono i Calibro 35 non potete non passare almeno per questa tappa seminale), composta anche grazie all’ausilio di un certo Luis Enriquez Bacalov (si veda anche il ben noto Concerto grosso dei New Trolls, per questo). Pensateci.

Espatriando, invece, verso l’Inghilterra più vividamente folk, incontriamo il nuovo lavoro in studio (il settimo) di Beth Orton, ovvero Sugaring season, album che sembra porsi l’intenzione primaria di spaccare col passato relativo alla sua diretta autrice per dedicare maggiore attenzione, fin dove possibile, ad una sorta di sperimentazione orientata verso terreni più fertili per il lato melodico sempre e comunque vivo in ogni frangente di quasi tutti i suoi dischi (elemento che, in precedenza, lottava con diverse incursioni elettroniche anche discutibili, spunti che, ad ogni modo, han sempre distinto il loro diretto artefice da architetture già ampiamente assorbite nel corso della storia). Dopo sei anni di stasi per cause varie (tra cui una maternità), dunque, la folk singer britannica torna in scena ma lo fa ancorandosi ad un notevole gusto per le melodie “seventies” e, di conseguenza, con l’intenzione di trattare l’orecchio umano come qualcosa da deliziare in più ampia misura rispetto alle esperienze discografiche precedenti.

Infine, per il momento, ci fermiamo su una sponda diametralmente opposta a quanto trattato fino a questo momento, ovvero sul lato più duro, contorto e telluricamente estroverso offerto dalla proposta noise-metal-post-rock (Tutti generi di recente uniti in alcuni frangenti dell’etichetta metalcore) dei Converge. L’ormai veterana (e seminale) band statunitense ha, infatti, appena dato alle stampe il suo ottavo album di inediti, All we love we leave behind, un vero e proprio spaccato di sonorità aggressive ma zeppe di sapienza tecnica e compositiva sull’onda della più totale libertà di espressione creativa (i pregi dell’autoproduzione in puro e ritrovato stile “Do it yourself”). Ecco, dunque, tornare a farsi spazio, a calci e spintoni, ritmiche impressionanti, oscuri e tenebrosi riff elettrici al limite del sostenibile ma estremamente precisi nel loro continuo condizionare una ragion d’essere priva di qualunque concetto di sottomissione socio-artistico-culturale del momento. Un disco (come sempre) estremo e violento ma, proprio per questo, molto più sincero di tante altre espressioni miseramente pilotate, anche in generi prevalentemente minoritari.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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