Questa settimana nei negozi di dischi: ep live per i Black Keys

Black keys, The tour rehearsal tapesAbbiamo preso nota del loro considerevole “wattaggio”, di pari passo con una sempre graduale crescita creativa, tecnica e culturale (molto bello anche l’ep tributo a Junior Kimbrough, Chulahoma: the songs of Junior Kimbrough), fin dagli albori targati The big come up e, soprattutto, Thickfreakness, per poi seguire le loro orme anche in recenti evoluzioni stilistiche (Brothers) magari più dedite al passaggio radiofonico ma mai e poi mai prive di quel costante e inamovibile alone di eccitazione da puro hard blues figlio diretto di intere generazioni (El camino). Ed ecco, dunque, che Dan Auerbach e Patrick Carney, meglio noti come Black Keys, non placano le loro pulsioni elettriche e pubblicano, a nemmeno un anno dall’ultima uscita discografica, un ep di supporto registrato dal vivo e riproducente proprio le ultime esperienze a formazione allargata. The tour rehearsal tapes, allora, mantiene vivi carisma da hard-blues-storytellers e attenzione puntata ad una già annunciata volontà di pubblicare presto nuovo materiale. Le sei tracce che compongono l’ep, in particolare, propongono un validissimo spaccato di ciò che realmente è il duo di Akron (Ohio) sul legno di un palcoscenico: energia, passione, sudore (tanto sudore) e tempesta empatica in termini sensazioni sonore espresse, in questa sede, attraverso estratti provenienti dagli ultimi due dischi. Se, dunque, avete fin qui apprezzato un po’ tutto quello che da queste due folli menti è fuoriuscito nell’arco di più di dieci anni di pura vita (nella sostanza, si tratta di una delle poche band a non aver mai ancora sbagliato un disco, malgrado il recente cambio di rotta in contesti di maggiore orecchiabilità), questo piccolo gioiellino terrà buona compagnia ai suoi fratelli predecessori.

Un’altra band che, invece aspettavamo da un bel po’ e della quale, almeno in territorio italiano, non avevamo più ricevuto grosse notizie, sta per fare ritorno proprio in questi giorni sugli scaffali dei nostri negozi di dischi. Si tratta degli ottimi australiani Tame Impala i quali, dopo aver effettivamente deliziato udito e spirito di molti di noi appassionati divoratori di note grazie al folgorante esordio space-psichedelico di Innerspeaker, tornano a fornirci benessere sonico grazie al loro nuovo Lonerism, disco sempre ben legato ad un passato glorioso trascorso ma, stavolta, molto più all’insegna di nomi come Cream o Beatles “acidi” ma anche, volendo, Grateful Dead e alcune venature hendrixiane più prossime ad una pura impostazione blues priva di un certo approccio (per così dire) “heavy”. Pur rischiando il colpo grosso dell’eventuale concetto di svolta da molti etichettato come “pop” (neanche fosse definibile veramente così qualunque cosa finisca per entrare in rotazioni radiofoniche), questo secondo lavoro conferma la profondità culturale degli individui di sua diretta provenienza e, pertanto, giustifica a piene ragioni l’eventuale positivo passaggio in rassegna. Buona la seconda.

The who, Live in Texas '75Spostandoci in Gran Bretagna, invece, ci imbattiamo nel nuovo interessantissimo lavoro discografico solista a nome John Cale, ben noto per essere stato tra i membri fondatori degli immortali Velvet Underground di Lou Reed e Sterling Morrison, nonché produttore di dischi epocali come l’esordio omonimo degli Stooges (1969) e Horses di Patti Smith (1975). Shifty adventures in Nookie Wood, dunque, è un notevole tassello compositivo che, confermando la sempre viva capacità di sperimentazione avanguardista del suo diretto autore, non poteva rinunciare ad operare la sua consueta commistione di generi includendo, stavolta, come naturale, anche concetti di evoluzione elettronica efficacemente (ma, per molti, volendo, discutibilmente) intrecciata a più datati tradizionalismi di stampo folk-rock. Da testare con piacere.

Chi invece non ha per nulla bisogno né di spiegazioni né di presentazioni in termini di genio compositivo e, soprattutto, esecutivo, sono gli intramontabili The Who, ancora una volta di ritorno sugli scaffali dei negozi ma, stavolta, con un Dvd dal vivo, Live in Texas ’75, che, come preannuncia stesso il semplice titolo, ripropone in versione completamente restaurata la performance tenuta da Pete Townshend e soci presso il Summit di Houston il 20 novembre del 1975. Fino a poco tempo fa disponibile esclusivamente come bootleg non ufficiale (per questo, vera e propria chicca per i fan collezionisti più giustamente accaniti), la registrazione (ora ufficiale) di una delle migliori performance della storica band britannica permette di riscoprire, ancora una volta, l’ineguagliabile capacità di coinvolgimento emotivo di un concetto di rock che, tra gli istrionismi da sei corde dello stesso Townshend, la compattezza e la (a volte) maniacale precisione (mista a goliardia) delle ritmiche dei compianti John Entwistle e Keith Moon, oltre alla possente verve da animale di palcoscenico propria di Roger Daltrey, ha fatto ben più che storia.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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