Questa settimana nei negozi di dischi

Sarà forse il caso di dirlo: a volte ritornano. Seppur di alieni o poltergeist non si tratta, musicalmente non è soltanto il caso di un recupero discografico da sciocco e malinconico merchandising (come probabilmente si aspetta, e magari otterrà, in termini di distribuzione, la major BMG), fosse solo perché al centro della questione c’è un mostro sacro dell’intera storia del rock mondiale. Stiamo parlando del compianto Joey Ramone, storico ed intramontabile leader dei Ramones scomparso undici anni fa in seguito alla diagnosi di un linfoma maligno e fatto rivivere, oggi (qualunque sia il motivo portante) dal fratello Mickey Leigh per il disco di inediti …ya know?, in arrivo sugli scaffali dei negozi proprio in questi giorni. Seppur composto da 15 brani effettivamente mai pubblicati in passato perché incompleti e contrastati comunque dalla scomparsa del loro diretto artefice, il disco dovrebbe essere collocato nella discografia generale come dichiarato seguito del primo album solista dello stesso Ramone, ovvero quel bel Don’t warry about me datato 2002 e, quindi, uscito postumo anch’esso. Fatto sta che, ad ogni modo, il disco in questione contiene delle vere e proprie perle almeno in termini di partecipazioni (visto che, comunque, la base portante altro non è che un’accozzaglia di demo del periodo): basti solo citare il nome di Little Steven Van Zandt, celeberrima chitarra della E Street Band (fedele compagna del “boss” Bruce Springsteen), quello di Ritchie Ramone (ex chitarra proprio dei Ramones) o, ancora, quelli di Bun E. Carlos (dei Cheap Trick) e Lenny Kaye (Patti Smith Group). Per quanto riguarda il titolo, sembra ci sia un netto riferimento al modo in cui proprio Joey Ramone usava terminare le proprie frasi durante una conversazione spontanea.

Cambiando completamente rotta stilistica, invece, ci imbattiamo con piacere nei riformati Ultravox (riunitisi nel 2008 dopo il secondo scioglimento datato 1996), in uscita con il nuovo ed attesissimo Brilliant, undicesimo lavoro discografico attraverso il quale la storica band new wave / post punk britannica riesce ad amalgamare, oltre alla formazione storica (Midge Ure, Chris Cross, Billy Currie, Warren Cann), anche un sound che, pur non discostandosi moltissimo da quello delle origini, propone comunque spunti di innovazione audiofonica per tramite di un pop-rock elettronico magari datato ma mai del tutto inutile in circostanze di eccesso di creatività. L’omonimo singolo radiofonico ben sintetizza, in sostanza, quanto appena detto.

Proseguendo sempre sulla scia di veri e propri padri della decade ’80 e sempre di matrice inglese, fanno il loro lieto ritorno sulle scene mondiali anche i The Cult di Ian Astbury (reduce anche da sorprendenti esperienze in veste di vocalist per nientemeno che i Doors, per una somiglianza tale, sia fisica che vocale nei confronti del compianto Morrison, da far letteralmente accapponare la pelle) con il loro nono disco in studio, Choice of weapon, nuovo ottimo esempio di quel “gothic rock” di cui la band stessa è co-artefice nonché potenziale maggior esponente (fatta eccezione per le varie e ben più drastiche realtà indipendenti), anche se con ancora più nette influenze di stampo prevalentemente rock-blues, sostanza stilistica per la quale la calda e coinvolgente voce dello stesso Astbury sembra calzare davvero a pennello.

Dalla sponda canadese, invece, fanno rientro tra le mura dei negozi di dischi internazionali i Black Mountain con Year zero, sostanzialmente colonna sonora dell’omonimo, stravagante, oscuro ed apocalittico film d’animazione diretto da tale Joe G (filmato in 16 mm in giro per il mondo e narrante le gesta di pochi sopravvissuti ad un disastro globale che si ritrovano a vivere una sorta di ricercato paradiso perduto capace di riportarli, in definitiva, alle origini del pianeta), in uscita esclusivamente su formato vinile e composta, alternativamente, sia da brani inediti che da frammenti di repertorio molto ben intenzionati a sottolineare la grandezza dei loro rispettivi autori in termini di ambientazione sonora nonché di articolazione strutturale di composizioni solo apparentemente dotate di marginale semplicità. L’anima lisergica della band di Vancouver, insomma, ben si miscela con le necessità da grande schermo anche in termini di creazione indipendente dal fattore visivo, grazie soprattutto ad una innata capacità di generare immagini interiori con la sola forza dei propri strumenti al servizio di una eternamente spiccata creatività.

Infine, ma tutt’altro che ultimi, ben si distinguono, nel marasma infernale di oceaniche quantità di produzioni indipendenti soprattutto nostrane, i deflagranti Incoming Cerebral Overdrive, agglomerato pistoiese artefice di un massacrante ma notevolissimo metal veramente cerebrale, intriso di spunti prog al servizio di una matrice sostanzialmente hard core che fa del loro terzo disco in studio, Le stelle: a voyage adrift, un marasma di suoni, rumori e urla (in questo, si riconosce anche qualcosa di derivazione Helmet, forse) tanto potenti quanto precise al millimetro al servizio di una serie di composizioni astronomicamente unidirezionali nel loro intento di esprimere (in linea di semi-concept) un vero e proprio viaggio (sia sonoro che mentale) verso i confini dell’universo, concetto da intendere sia in termini sia puramente “acidi” che metaforicamente umani.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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