Questa settimana nei negozi di dischi

Ebbene si: produttori, manager e addetti vari al settore discografico “major” proprio non sanno come combattere l’eterna crisi del settore a cui non sanno, ormai, di non far più realmente parte in quanto esso stesso non più reale. E, dunque, via a soluzioni di varia fattura ma mai vicine al comune mortale e, di conseguenza, assolutamente inutili a contrastare il dominio ineluttabile di tutti coloro che hanno, invece, qualcosa da dire: quale miglior lotta a fenomeni (in gran parte importanti) come, su tutti, il download selvaggio (quello vero, cioè gratuito a fini di sterminata conoscenza, alla quale farebbe, però, comunque seguito la ricerca del prodotto) e la conseguente perdita di ricavi da vendita internazionale se non quella di dare ancora una qualche importanza a quella baggianata che, ormai da decenni, è diventata la fatidica Rock And Roll Hall Of Fame per la recente introduzione, manco a dirlo, di una delle band dai membri più prossimi (ormai da almeno quindici anni) alla farsa autoreferenziale quale quella dei Red Hot Chily Peppers (inclusi nella lista delle star lo scorso 15 aprile assieme ai Beastie Boys e ai Faces di Rod Stewart) che, per celebrare il consueto merchandising megaproduttivo (dopo aver venduto poco e niente con l’ultimo scarno, brutto, regressivo e fossilizzante I’m with you), almeno hanno pensato bene di porre un minimo di rimedio agli scempi operati dal settore a cui appartengono ricordando che i veri artisti erano altri. L’ep Rock And Roll Hall Of Fame Covers (già il titolo sa di genio perduto nello spazio siderale), pubblicato esclusivamente in versione digitale (ma dai…), dunque, almeno ha il pregio di riprendere, per farne versione propria, brani di artisti già inclusi nella lussuriosa lista quali Iggy & The Stooges (Search & destroy), Ramones (Havana affair), Dion & The Belmonts (A teenager in love), Beach Boys (I get around), Neil Young (Everybody knows this is nowhere) e David Bowie (Suffragette City). Comunque interessante. Certamente migliore rispetto alle ultime produzioni del post Californication.

Dopo aver fatto calorosamente gli auguri di buon sessantesimo compleanno ad un genio assoluto dell’intero novecento quale David Byrne per aver dato vita a mostri sacri seminali come i Talking Heads e, non da meno, il geniale album My life in the bush of ghosts (1981) in coppia con l’altro mostro che risponde al nome di Brian Eno (disco dopo la cui uscita niente sarebbe più rimasto al suo posto), oltre che a collaborazioni a tratti impensabili come, tra le altre, la più recente con (nientemeno che) Caetano Veloso, sempre alla infaticabile ricerca di nuove sonorità, male non farebbe passare in rassegna potenziali nipoti spirituali (anche se diretti verso altri orizzonti ma non lontanissimi in termini di ricerca sonora) proprio delle inflessioni sperimentali avviate dal suddetto mostro sacro più di trent’anni orsono. Trattasi, dunque, dei newyorkesi Liars, di ritorno a breve sugli scaffali dei negozi con il nuovo ed interessantissimo WIXIW (la cui pronuncia dovrebbe corrispondere a “Wish you”), sesto album in studio per Angus Andrew e soci, anticipato dal videoclip (diffuso in rete) del brano No.1 against the rush, primo estratto dalla tracklist ufficiale. L’aria che si respira, stando almeno alle primissime impressioni, equivale probabilmente ad una sorta di rinnovamento stilistico maggiormente dedito ad una ricerca melodica più approfondita rispetto agli esperimenti rumoristici del passato (si veda il controverso Drum’s not dead del 2006). Non lasciamoci, però, ingannare da eventuali percezioni di raggiunta semplicità: si tratta pur sempre di una band i cui lavori vanno ascoltati più volte per riuscire a carpirne i segreti più intimi e nascosti. Attendiamo con ansia.

David Byrne, storico leader e fondatore dei Talking Heads, compie oggi 60 anni

A braccia aperte, invece, malgrado una creatività un po’ dispersa qua e là nel corso degli ultimi anni, accogliamo il nuovo atteso lavoro in studio dei mitici Garbage, band quasi di culto capitanata, da sempre, dalla sensualità vocale e corporea di Shirley Manson e dalle geniali trovate sonore del Butch Vig (qui batterista) meglio noto come lo storico produttore dell’altrettanto fondamentale Nevermind di marchio Nirvana. Questo Not your kind of people (quinto album in più di quindici anni di carriera, causa anche dello scioglimento del 2005 per una recente reunion), però, sembra convincere poco, almeno per quanto riguarda diversi giudizi sparsi tra critici ed appassionati, forse perché inesorabilmente oggetto di paragone con predecessori quali il fortunatissimo Version 2.0 e il successivo Beautifulgarbage che tanto hanno dato in termini di innovazione sonora di un elettro-pop mai fine a se stesso (anzi!). Una nota di merito, però, va posta soprattutto sul fattore produttivo in quanto trattasi di un lavoro concepito e portato a termine sotto marchio indipendente, frutto di una violenta lite di cui la band fu protagonista nei confronti della Warner per cause di mancata replica degli stili e dei relativi successi precedenti. Da testare, dunque.

Ed infine, per chi ne avesse voglia, forse non nuoce così tanto alla salute ringiovanire di qualche anno per prestare di nuovo ascolto agli svedesi Millencolin, ovvero una tra migliori band di nuovo punk rock (la memoria subito corre al divertentissimo Home from home del 2002) che, per celebrare i vent’anni dalla loro formazione (era il 1992) donano alle stampe una raccolta di b-sides, ovvero The melancholy collection, con la quale intendono proporre, oltre a ciò che è rimasto nel cassetto per diversi anni, anche due brani inediti non di poco conto (specialmente per i fan di vecchia data) da poter presentare, tra le varie altre occasioni, anche al prossimo Rock In IdRho in sede italiana (precisamente il prossimo 21 luglio). Il cd sarà accompagnato anche da un dvd contenente 90 minuti di filmati inediti e backstage catturati durante la realizzazione di Pennybridge Pioneers (del 2000).

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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