Questa settimana nei negozi di dischi

Qualcuno, probabilmente, ben manterrà ancora in memoria una delle più eclatanti particolarità legate al concetto stesso di opera musicale, ovvero quella sorta di “intermedialità” che fa di un album discografico qualcosa di più rispetto ad un semplice supporto audiofonico. Correva l’anno 1972 quando la storica progressive rock band dei memorabili Jethro Tull donava alle stampe il bellissimo Thick as a brick, attesissimo seguito del successone Aqualung (1971) stampato in 33 giri inserito in un packaging assolutamente eccezionale, consistente, cioè, in un vero e proprio quotidiano immaginario consultabile, ripiegato in maniera tale da assumere le stesse proporzioni delle normali copertine per vinile. Ebbene, sono passati esattamente 40 anni da quel preciso istante e l’artefice e progenitore di uno dei gruppi più innovativi ed entusiasmanti della storia, il signor Jon Anderson, ha pensato bene di dare un seguito alla vicenda. Oltre al prorompente entusiasmo suscitato dal sequel in sé, in cosa consiste, secondo voi, ora, una delle nuove particolarità? Presto detto: ancora una volta, la copertina. Jethro Tull’s Jon Anderson Thick as a brick 2, infatti, propone una versione perfettamente modernizzata del suo predecessore. Se, dunque, in precedenza era un beffardo ma geniale “newspaper” a fare da colonna portante alla di per sé già consistente opera, ora, ad aprire le danze grafiche, non può che essere la homepage di un quotidiano online (anche Wake Up News, tutta, sentitamente e indirettamente contribuisce a ringraziare), per la precisione la versione web dello stesso fatidico St.Cleve Chronicle. Quanto al fattore musicale, giudicare questo lavoro in maniera frettolosa rischierebbe di apparire gratuitamente forzato vista la sontuosità del divino predecessore (forse il picco più alto mai toccato dalla band britannica), direttamente proporzionale al pericolo di inevitabile e relativo paragone. Considerando che, comunque, i tempi sono ormai nettamente diversi (non è più epoca di “concept album”, fatta eccezione per qualcuno, e le modalità di scelta e proposizione dei suoni vive, ormai, interminabili processi di inarrestabile evoluzione), limitiamoci a procurarci il disco per ascoltarlo con la dovuta attenzione e dedizione. Ai posteri l’ardua sentenza, insomma.

Cambiando rotta, poi, balza al nostro sguardo il nuovo atteso e curioso lavoro in studio della celeberrima cantautrice irlandese Sinéad O’ Connor, figlia di mille nevrosi e intemperie interiori tanto potenti da spingerla verso il tentativo di suicidio il giorno dopo il suo trentatreesimo compleanno (stando a quanto la stessa artista ha dichiarato solo diversi anni dopo, nel 2007), a rompere un matrimonio dopo soli diciotto giorni dal suo avvenimento o ad optare per crisi mistiche di varia natura, tra le quali la decisione di aderire ad un movimento cattolico indipendente col nome di Madre Bernadette Mary. How about I be me (and you be you)?, nono album in studio di una ritrovata vena compositiva, sembra stupire, però, per via di una non molto usuale vena etno-folk marcatamente melodica e, a tratti, in dissonante antitesi con il reale stato d’animo della diretta artefice. Depressione, abuso di farmaci, svilimento fisico e morale, insomma, sembrano quasi volersi esorcizzare da soli per tramite di un approccio tanto solare (per la maggior parte delle composizioni) quanto inevitabilmente affranto in frangenti che, di tanto in tanto, lasciano rispuntare accenni di demoni mai completamente vinti e sotterrati attraverso voci infrante, spezzate e rivolte a chissà quale spirito interiore annidato nei più oscuri cunicoli di un’anima perennemente in pena. Non sarebbe, dunque, una totale perdita di tempo provare a riaccendere un raggio di luce su ciò che per un intero decennio (’80 / ’90) ha comunque rappresentato una delle più interessanti proposte del panorama musicale globale.

Infine, ma non ultimo, restando in terra britannica si arriva ad incrociare i passi di un altro mostro sacro della storia musicale contemporanea. Il signor Paul Weller, infatti (ex Jam e Style Council, da anni in veste solista), torna sugli scaffali con Sonik kicks, album trasversale, innovativo e, pertanto, ricco di suoni e fraseggi che non voltano la faccia a notevoli (anche se discutibili) incursioni tecno-psichedeliche (come la stessa copertina lascia ad intendere). Facendosi carico di tutto un “brit rock” ’90 ancora non del tutto estinto in scene “indie” dell’ultima ora, insomma, il buon Weller sembra voler fare di melodia e rumore un coacervo concettuale allo scopo di raggiungere eventuali traguardi non dichiarati eppure mai disprezzati (anzi!) anche da altri illustri colleghi conterranei naturalizzati d’oltreoceano (si veda David Byrne su tutti: quanto è ancora fondamentalmente seminale quel capolavoro che fu My life in the bush of ghosts). Echi di caos organizzato e, soprattutto, concetti di improvvisazione compositiva a tratti estremizzati consegnano alle stampe, dunque, un lavoro tanto interessante quanto potenzialmente rifiutabile. Anche qui, la decisione spetta a terzi.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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