Questa settimana nei negozi di dischi

Spesso capita di avere tra le mani poche novità gustose in termini di scelte musicali del momento ma, al contempo, sempre qualche buon immancabile motivo per trascorrere piacevolmente del tempo tra gli scaffali di un negozio di dischi. Reduci dal Record Store Day dello scorso 21 aprile (avete concesso il vostro contributo emozionale? Speriamo vivamente di si) e dalle relative chicche da collezione, torniamo in una sorta di normalità produttiva per almeno un paio di scelte capaci di farci leccare qualche reduce baffo.

Un esempio di gusto vero e proprio, in tal senso, proviene dal delicatissimo ed ispirato tocco di uno dei chitarristi più importanti (anche se meno conosciuti) almeno per quanto riguarda gli ultimi due decenni di storia musicale, ovvero il geniale Bill Frisell, appartenente alla generazione che vide il lancio di nomi anche ben più noti come, su tutti, Pat Metheny e John Scofield. Pur essendo lo stesso Frisell di estrazione marcatamente jazz, alcune uscite di impatto nettamente diametrale (come, soprattutto, la folle e nevrotica collaborazione al progetto Naked City del contorto John Zorn, o le alchimie create con personaggi del calibro di David Sylvian, Marianne Faithful, Elvis Costello o Ryuichi Sakamoto) hanno permesso al chitarrista di Baltimora di percorrere campi di ricerca anche esterni al genere di riferimento, situazioni che hanno comunque incrementato, di volta in volta, la sempre maggiore convinzione di aver qualcosa (tanto, in realtà) da confessare in ambito di patria sonora e compositiva. Individuando, dunque, un proprio personalissimo dio nello spirito dell’eterno John Lennon, Frisell dona alle stampe il bellissimo All we are saying…, vero e proprio omaggio al compianto “beatle” nonché disco di relative cover strumentali notevolissimo per quanto riguarda sia i sofisticatissimi e morbidi arrangiamenti che il concetto di fondo legato all’esigenza di ridonare voce ed armonia (anche se in vesti ben differenti) ad un maestro indiscusso del XX secolo. Poiché una canzone firmata Lennon o Lennon / McCartney è talmente ben scritta da poter essere estrapolata e riadattata a proprio piacimento senza mai riuscire veramente ad alterarne il senso e la relativa empatia (si veda anche lo splendido caso della colonna sonora del film del 2001 I am Sam, di Jessie Nelson), forse conviene, allora, spendere questi venti euro per goderne in una veste ulteriormente rinnovata ma, probabilmente, mai così sentita ed appassionata.

Di genere completamente opposto ma di genio non del tutto differente è, invece, il ritrovato Graham Coxon, ex chitarrista solista dei britannici Blur di Demon Albarn, ormai giunto, con A + E, al suo ottavo album in studio in versione solitaria (malgrado la recente reunion della band originaria). Certo, già da diverso tempo a questa parte siamo ben lontani di fulminanti e deliranti esordi in solitaria (si provi ad approfondire, su tutti, il devastante The golden D del 2000), eppure gli echi contorti e dissacranti delle concezioni malate di quello che resta del “songwriting” classico sembra dimorare ancora, sempre e comunque tra le viscere cerebrali di una delle personalità compositive più eclettiche dell’ultimo ventennio. Largo, quindi, nuovamente anche ad accenni di drum machine, elettroni sguinzagliati e corde smembrate seppur mascherate da saggezza compositiva prossima a quella di un tanto acclamato indie pop recente. Da testare, come sempre.

Steven Wilson e Mikael Akerfeldt, impegnati assieme nel progetto "Storm Corrosion"

Passando, poi, in rassegna un paio di notizie non di minore importanza, sembra stabilita, finalmente, una data di uscita per il tanto atteso ed ennesimo (!) “side project” dell’instancabile Steven Wilson (Porcupine Tree), stavolta (anche se tuttora in tour in giro per il mondo per conto proprio) in coppia con quel grande amico che, ormai, è Mikael Akerfeldt (possente voce e fantasiosa chitarra degli svedesi Opeth, per i quali lo stesso Wilson ha mixato e prodotto diversi album). Trattasi, dunque, del progetto Storm Corrosion, particolarissimo esperimento in arrivo nella prima decade del mese di maggio e costruito su imprevedibili architetture miste tra progressive (grande passione comune di entrambi i diretti interessati), gothic e (addirittura) spunti ambient. Reduci, insomma, da esperienze come il secondo e stranissimo disco solista Grace for drowning per Wilson e un album esclusivamente prog ’70, Heritage, per gli Opeth (band comunemente dedita ad un notevolissimo “death metal prog”), l’attesa e la curiosità di un progetto che vi si collochi esattamente nel mezzo è davvero tanta.

Sempre in tema di passione “wilsoniana”, inoltre, è già noto da diverso tempo il nuovo ingresso in studio di Aviv Geffen per il quarto lavoro discografico a nome Blackfield, altro splendido progetto collaterale (stavolta di impronta smaccatamente cantautorale) che vede impegnato lo stesso Wilson proprio in coppia con il celebre musicista iraniano. Anche qui, dovrebbe essere sempre il mese di maggio a contenere la potenziale (anche se non ancora confermatissima) data di uscita. Il disco, ancora senza un preciso titolo, sarà ancora più farina del sacco di Geffen rispetto al precedente (e già meno wilsoniano) Welcome to my DNA, scelta francamente inevitabile vista la sterminata mole di progetti che tengono impegnato il genio dell’Hertforshire davvero ogni maledetto giorno dell’anno solare.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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