Questa settimana nei negozi di dischi

Le arti sono sette, lo sappiamo. Spesso, però, alcune di loro vanno molto bene a braccetto nell’intenzione comune di conferire senso ad un tutto riferibile alla costruzione di un’opera darte complessa e complessiva. Tra queste, è un caso risaputo l’importanza che la musica ha per le valenze significanti del mezzo di espressione cinematografica. Oltre ad un suo utilizzo meramente decorativo, specie nelle grandi produzioni da botteghino con scarso riferimento al concetto di qualità, l’elemento sonoro (inteso in tutta la sua vasta gamma di produzioni sensoriali, dalle melodie ai rumori di fondo) ha quasi sempre rappresentato l’elemento complementario necessario per l’attribuzione di significato a lavori da grande schermo che, altrimenti, sarebbero rimasti stazionari (qualcuno lo è comunque ancora oggi) nel limbo delle potenziali probabilità espressive.

Così come un brano musicale di qualunque genere, allora, può rimanere di contorno così come donare significato al film a cui fa da supporto (risaputo è il caso del Così parlò Zarathustra di Strauss per il superuomo kubrickiano elevato in dimensioni parallele; emblematico è, invece, quello del nevrastenico INLAND EMPIRE di Lynch, dove una semplice Call from the past può stabilirne le valenze “post noir” traumaticamente interiorizzanti), le composizini classico-elettroniche del nostrano Teho Teardo riescono a mettere in atto entrambe queste concezioni di elemento sonoro legato all’immagine in movimento. Oltre a diversi lavori solisti, Music film music si presenta come una vera e propria raccolta delle migliori composizioni per i più rappresentativi film italiani che il compositore di Pordenone ha affiancato con la propria articolata arte negli ultimi anni. Largo, dunque, a fraseggi provenienti da Il divo (Sorrentino), La ragazza del lago, Il gioiellino (Molaioli) o Una vita tranquilla (Cupellini), espressioni di marcato minimalismo sperimentale alle quali hanno partecipato anche personaggi come Blixa Bargeld (voce e leader degli storici Einsturzende Neubauten) o l’attore Elio Germano.

Sempre in tema di colonne sonore, anche se in netto ritardo con l’uscita del rispettivo film, è comunque doveroso segnalare la “original soundtrack” per il lavoro di Saverio Costanzo La solitudine dei numeri primi (The solitude of prime numbers) di firma (udite udite) Mike Patton. L’ex leader dei Faith No More, losangelino ma ormai italiano di adozione (testare le sue capacità linguistiche per credere), dopo il bellissimo disco di cover storiche del “bel paese” Mondo Cane, è tornato in studio con la massima voglia di riprendere sperimentazioni lugubri ed estreme già intraprese con precedenti lavori come il futurismo rumorista di Pranzo oltranzista o le sperimentazioni vocali (sua caratteristica principale) di Adult themes for voice. L’evoluzione di un personaggio sempe in continua ed interminabile maturità artistica sta, però, in un concetto abbastanza personale di colonna sonora: prevale una sorta di trascendenza dal semplice accompagnamento per immagini, allo scopo di riversare nello spazio (traendo spunto da un continuo andirivieni sensoriale tratto sia dal libro che dal film) onde sonore fatte di nuovi esperimenti vocali utili a generari suoni inediti da “proiettare” in una vera e propria situazione spaziotemporale da installazione transavanguardistica. Di certo, siam odi fronte all’ennesima prova di una delle menti più geniali del settore.

Venendo alla musica come elemento di espressione artistica autonoma, invece, il recente ed annunciato scioglimento dei R.E.M pare non voglia ancora lasciare del tutto le redini del gioco da mercato discografico. Che si tratti o meno di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, la nuova (ed ennesima) raccolta Part lies, part heart, part truth, part garbage (1982 – 2011), stesa in un doppio cd comunque molto più completo rispetto ai vari esperimenti compilativi precedenti. Come non pensare, però, subito alle esigenze di una casa dicografica, la Warner, trovatasi, da un momento all’altro, con la paura di avere le pacche pronte per toccare l’acqua? E allora via con raccoltoni, ristampe, riproposizione di edizioni limitate deluxe e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente senza dimenticare di tirare fuori dal cassetto qualche inedito che permetta di vendere qualche copia in più. Tutto in ordinaria amministrazione da compravendita imprenditoriale, insomma. Tutto regolare. La particolarità potenzialmente utile a chi ancora non ha avuto sufficienti approcci con cò che resta comunque una delle migliori pagine della storia del rock più recente, però, sta nel poter usufruire di una gamma di tasselli che davvero ricoprono i quasi trent’anni di carriera di Michael Stipe e soci. Dunque, spazio tanto a veri e propri cavalli di battaglia come Everybody hurts, Losing my religion, Shiny happy people o Man on the moon, quanto a brani di dischi poco passati in rassegna dalle nuove generazioni (anche se mai dimenticati) come Life and how to live it e Driver 8 da Fables of the reconstruction, The one I love da Document o Begin the begin da Life rich pageant.

Il solito tassello aggiuntivo, insomma, per chi già ha collezionato ed assorbito con passione e il consueto documento completo e soddisfacente per chi non ha mai o poco approcciato. Con una valenza in più: quella di testamento artistico (sembra) definitivo.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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