Questa settimana nei negozi di dischi

Il panorama musicale italiano, volente o nolente, offre sempre e comunque spunti per discussioni ora solari ora ripetitive se non proprio archiviabili con segno negativo. Andando in escursione tra i confini del primo settore, quello positivo, si riesce a trovare (come sempre, se la si cerca e la si vuole davvero) una delle più importanti conquiste del rock italiano “underground” da almeno una decina d’anni a questa parte. Stiamo parlando degli eccentrici Zen Circus, una delle band artisticamnte più necessarie tra la poche realmente meritevoli (altre si stanno facendo le ossa in maniera più che promettente) appartenenti al territorio italiano, di impatto fondamentalmente liberatorio per quanto rigarda idee e, soprattutto, contenuti. Nati per subire (manco a dirlo) è il loro nuovo lavoro in studio fresco di approdo sugli scaffali dei negozi di dischi. L’album (l’ennesimo prodotto interessante di quella che, con molta probabilità, è la miglior realtà indipendente tricolore in assoluto, ovvero La Tempesta Dischi) si mostra fin da subito come un degno seguito concettuale per il precedente ed estremamente diretto (e saggiamente blasfemo) Andate tutti affanculo per via di uno spiccato talento espressivo dimostrato a pieni voti con un dissacrante quanto utile uso della lingua italiana (è il terzo lavoro in lingua madre). Una sequenza di brani dai titoli anarco-sovversivi come Nel paese che sembra una scarpa, I qualunquisti, La democrazia semplicemente non funziona o Cattivo pagatore ben dimostra le sempreverdi intenzioni del gruppo intese in senso di sonora sveglia morale per un ascoltatore che (al pari delle operazioni in cantiere di altri grandiosi attivisti concettuali come Le Luci Della Centrale Elettrica, Il Teatro degli Orrori, Giorgio Canali & Rossofuoco o One Dimensional Man, guardacaso appartenenti alla medesima etichetta discografica) è costretto ad abbandonare la sua sterile figura passiva se realmente vuole entrare a far parte delle effettive motivazioni che spingono la rock band toscana ad operare scelte talvolta estreme ma pur sempre dotate di una non indifferente dose di qualità, sia stilistica che morale. Un must.

Rimanendo sempre in ambito tricolore, ci imbattiamo nel nuovo lavoro in studio di Ivano Fossati, dal titolo Decadancing. Come già lascia intuire un titolo pressoché fiacco e francamente poco consono alla caratura artistica del suo diretto fautore (la famosa collaborazione con De André non servì solo ad incrementare un curriculum già di per sé molto vasto e di valore), l’aria di combustione commerciale aleggia sulle nostre menti pensanti anche a causa dell’annuncio, avanzato da Fossati stesso in concomitanza con l’uscita del disco, riguardante il suo imminente abbandono delle scene. Una sorta, dunque, di testamento concettuale o, se si preferisce, di ultimo reale messaggio da negozio lasciato ai posteri della canzone italiana, se non fosse per un rinnovato (in realtà mai morto) senso di esigenza di impegno civile attraverso testi mai scontati, anzi eternamente validi in un contesto sociale in perenne stasi da muffa storica. Stilisticamente, il disco si presenta come una specie di ritorno ai metodi classici da formato canzone, seppur dotato di arrangiamenti semplici anche se funzionali al supporto di liriche sempre attente ad argomentazioni di valore. L’unico vero peso è, forse, proprio questo suo essere una sorta di manifesto ideologico terminale che, onestamente, lascia un po’ di amaro in bocca neanche si trattasse di chissà quale enorme perdita umana (la realtà italiana effettiva è attualmente piena di cantautori onestamente anche più bravi).

Sempre italiana è un’altra importante (ma discutibile) uscita discografica, ovvero Dannato vivere, il nuovo album dei ritrovati Negrita. A detta di molti, il disco arriva (a tre anni di distanza dal precedente e meno fortunato di altri Helldorado) in seguito al preventivo passaggio radiofonico del singolo Brucerò per te, distribuito in anteprima anche attraverso il canale iTunes e piattaforme digitali simili. Nel complesso, si tratta, con molta probabilità, di un album prodotto all’insegna della nuova concezione rock che la band ha acquisito soprattutto a partire da L’uomo sogna di volare, serie di scelte sonore che hanno portato i ragazzi di Arezzo ad una evoluzione melodica fatta di incursioni sia latine che di provenienza anglosassone nel loro consueto formato rock puro di derivazione ’90 (non a caso emersero anche come gruppo spalla dei concerti dei Litfiba migliori). Da testare.

Infine, spostandoci finalmente oltreoceano, è con estremo piacere che incontriamo un nuovo disco in studio del signor Tom Waits che sarebbe, dunque, “tornato quello che ho sempre amato”, stando a quanto afferma con euforia su Facebook Pierpaolo Capovilla (frontman di One Dimensional Man e Teatro Degli Orrori), suo grande fan da sempre. Come non crederci? Specie se ci si imbatte in un lavoro effettivamente distorto, rumoristico, rauco come da sempre è la sua voce stanca da locale notturno, ma anche malinconico e filosoficamente jazzato e oscuro come un’anima tormentata da chissà quali funerei contenuti. Tutto questo è Bad as me, diciassettesimo lavoro in studio per il cantautore/attore di Pomona (Los Angeles, California), un drastico quanto interessante infuso di autocitazioni, rimandi e nuovi spunti sonori che, per molti, è già definibile come una sorta di piccolo capolavoro personale che apre la strada ai suoi momenti migliori proprio nelle incursioni liriche più delicate e soffici anche se, nel complesso, il concetto esposto dal disco è proprio quello di spalancare un unico orizzonte attraverso un accatastamento di (davvero) tutti i tasselli che hanno costruito, fino ad oggi, la carrieta del diretto interessato. Obbligatorio.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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