Questa settimana nei negozi di dischi

Tra caldo, afa, resti di energie pre-feriali e il consueto ed ineluttabile desiderio di dare sfogo alle nostre amatissime pupille uditive nella loro intramontabile fame di onde sonore, come sempre arrivano in soccorso, tra le altre cose, produzioni indipendenti e, talvolta, effettivamente autonome, proprio per questo degne di considerazione ed oggettivamente scaglianti la prima pietra del peccato originale di molte major da diversi lustri a questa parte: la qualità.

In piena risposta a simili esigenze, dunque, arriva finalmente anche nei negozi (dopo aver fatto ripetutamente il giro dei portali digitali nei mesi scorsi) l’ultimo lavoro in studio degli Amplifier, una delle (se non “la”) rock band underground d’oltremanica (Manchester, per la precisione) più affascinanti e travolgenti degli ultimi anni (impatti simili, con molta probabilità, alla memoria di chi scrive, sono ormai datati 2001 per Origin of symmetry di casa Muse e 1997 per The Dandy Warhols come down ad opera, per l’appunto, dei Dandy Warhols; il tutto non relativamente ai rispettivi generi ma in ambito di coinvolgimento emotivo). Nati nel non vicinissimo 1998, la band di Sel Belamir (chitarra e voce), Neil Mahony (basso) e Matt Brobin (batterista), per riuscire a dire la propria in totale autonomia, ne ha dovuto ingoiare di sterco: solo tre dischi all’attivo, di cui il devastante esordio omonimo (un fulminante mix di sonorità stile Soundgarden, Silverchair, Kyuss e Sonic Youth con venature pop, specie per quanto riguarda le linee vocali) ristampato per ben tre volte, non tanto a causa di un comunque discreto successo quanto per l’inglobamento dell’etichetta originaria, la Music For Nations, da parte della Sony che non volle rinnovare il contratto ai tre anglosassoni. Dopo cinque anni spesi, dunque, nell’autoproduzione di tre ep che, uno dopo l’altro, contribuivano, a chi voleva seguirne le gesta, a sottolineare la continua evoluzione stilistica della band, si è arrivati, a ben 5 anni di distanza dal precedente long playing Insider, alla produzione, addirittura, di un doppio disco battezzato The octopus. A differenza dei precedenti lavori, siamo, qui, di fronte ad un lavoro alquanto atipico ma, proprio per questo, a dir poco geniale. Liberi da ogni costrizione manageriale, avendo fondato una propria etichetta (la Ampcorp), Belamir e soci hanno dato sfogo alle proprie pulsioni creative per la stesura di un misto allucinogeno tra rock alternativo, psichedelia di stampo “hard” (componente già presente nelle caratteristiche dell’agglomerato) e, si direbbe, quasi (se si può chiamare così) avant prog per via di numerosi fraseggi tanto difficili da assorbire quanto di fattura assolutamente pregiata e, a tratti, rara. In ben 120 minuti di vera e propria opera rock, dunque, la band affronta un percorso che, al momento, non consente una rigida classificazione del lavoro in questione. Tratto più che positivo, questo, specie se si pensa ai moderni (ed insopportabili) obblighi da merchandising. Da testare obbligatoriamente, specie per chi non ha ancora avuto a che fare con i diretti interessati.

Placando la nostra sete di pathos neuro-sonico, affrontiamo qualcosa di più diretto e definito relativamente al nuovo disco degli Horrors, garage band anch’essa inglese dagli evidenti riferimenti a pietre miliari come Fuzztones e affini (anche per via di un look molto simile ai predecessori). Questonuovo Skying, dunque, terzo lavoro in studio se si esclude l’omonimo ep d’esordio del 2006, sembra quasi recuperare, in una sorta di memorial, un po’ tutta la scena inglese degni anni ’80, con maggiori riferimenti a band esplicitamente citate (per stile e approccio c ompositivo) come Psichedelic Furs, My Bloody Valentine, Stone Roses o Echo & The Bunnymen passando per venature alla Cramps. Resta da valutare se questo continuo riferirsi a dei veri e propri padri fondatori sia una sorta di continuo omaggio alle proprie origini o se invece (si spera) sia assimilato all’intenzione di recupero del passato a fini innovativi. Sta di fatto che, ad ogni modo, siamo di fronte ad una band che merita ascolto.

Cambiando completamente orizzonte e cronologia, riscopriamo la divina Ella Fitzgerald (celeberrima voce jazz tra le più importanti ed influenti dell’intero pianeta, dall’estensione vocale di più di tre ottave) con Best of the BBC vaults, una sorta di succulento greatest hits di materiale inedito proveniente dagli archivi, appunto, della BBC. Tra i meandri di un doppio disco (cd + dvd), si annidano 18 brani registrati presso il network britannico e mai pubblicati precedentemente. Una accuratissima rimasterizzazione digitale ha, dunque, permesso di recuperare alcune tra le migliori esibizioni live di “mamma jazz” con, in aggiunta, materiali video provenienti da 4 show completi. Imperdibile per i fan e gli appassionati del genere.

Infine, terminiamo momentaneamente la lista segnalando un’importante (ri)produzione nostrana, ovvero Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione di firma Massimo Zamboni, ovvero la storica chitarra, assieme ad un certo Giorgio Canali, di quelli che furono, come ricorda stesso il titolo, prima i CCCP e poi i CSI. In società con Angela Baraldi, cantante e attrice italiana (protagonista di pellicole come Quo vadis, baby? Di Gabriele Salvatores), dunque, Zamboni rianima, attraverso l’omonimo show dal vivo, un vero e proprio revival relativo al repertorio di entrambe le band di cui ha fatto parte per tramite di una nuova e coinvolgente interpretazione alla cui carica emotiva contribuisce l’ottima voce della Baraldi in continuo mix tra riflessione sonora e approccio punk.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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