Questa settimana nei negozi di dischi

Di recente abbiamo già trattato le ricche possibilità esplorative offerte da generi terzi rispetto a quelli che rispondono al nome di rock alternativo, spaziando di giudizio, dunque, anche in ambiti ad esso estranei seppur dotati, da sempre, di un fiorire di interessati proposte da non tenere sottobanco e da non lasciar passare affatto inosservate. È il caso, lo ripetiamo, del metal, genere (nonostante ogni opinione) sostanzialmente giovane e ancora libero di girovagare per nuovi territori ancora inespressi e poco conosciuti. Non sarà il caso, certo, di band già di notevole stazza e caratura internazionale, come quelle che andiamo ora a citare, ma è bene tener sempre a mente questi concetti perché potrebbero tornare utili qualora il nostro orecchio si decidesse ad estendere il suo territorio di ricezione.

Ed è, allora, con tale appiglio che segnaliamo le nuove uscite discografiche di due band tra le più importanti in circolazione nei territori appena citati, ovvero gente come gli In Flames e i Morbid Angel, entrambe tornate sugli scaffali dei negozi di dischi con i rispettivi nuovi lavori in studio. Per quanto riguarda i primi, Sounds of a playground fading è già stato etichettato, da molti, come uno dei migliori dischi mai apparsi fin qui a partire dai loro albori: dopo una serie di dolorosi abbandoni, cambi di formazione (via dalla sei corde Jesper Stromblad, unico membro fondatore superstite prima della dipartita, rimpiazzato da Niclas Engelin) e spostamento di etichetta (dalla storica e rinomata Nuclear Blast alla Century Media), la band svedese ha, infatti, stravolto ogni regola per stupire di nuovo fan e relativi interessati nel mondo della critica, dando alle stampe un lavoro ancora una volta molto diverso dai precedenti. Potranno storcere il naso i seguaci più fedeli delle gesta più osannate, rigorosamente archiviate in album memorabili come Clayman e Come clarity, ma, ovviamente, non bisogna mai dare nulla per scontato. Per quanto riguarda, invece, la seconda band da noi citata, Illud divinum insanus è, come di consueto anche se a ben otto anni di distanza dalle ultime registrazioni in studio di Heretic, un lavoro duro e potente, denso di quel fatidico carico di death metal, si, sottoposto a varie e, a tratti, poco consone influenze esterne (si vedano alcune incursioni simil-industrial alla Ministry), ma comunque agile nel suo imperterrito tentativo di assalire l’apparato uditivo dell’ascoltatore con scariche voltaiche di adrenalina distorta. Probabilmente, un simile risultato deriva dal ritorno dello storico frontman David Vincent, anche se, però, l’attuale andamento della band, in sede sia di composizione/registrazione che riproposizione dal vivo, sembra aver scatenato alcune proteste e segni di dissenso tra i fan di maggior spessore. Ahimè, sono in molti, nell’ambiente specifico, a non accettare eventuali cambiamenti stilistici o di line up. E forse è proprio questo il motivo che continua ad incatenare un genere in perenne evoluzione ai rischi da dimenticatoio di conoscenze ben più ampie e variegate.

Cambiando completamente fronte, è assolutamente il caso di segnalare la nona uscita relativa a registrazioni live d’archivio per sua eminenza Neil Young. Il padrino canadese, infatti, ha appena rilasciato questo “nuovo” elemento della ormai rinomata Neil young archives performance series (i sostenitori più accaniti ricorderanno ancora le centinaia di euro spese per il megagalattico cofanettone “vol.1” dell’anno passato), ovvero A treasure, serie di registrazioni datate 1985, periodo del tour relativo al disco di matrice country (anche se meno fortunato di illustri precedenti come Harvest e After the gold rush) Old ways. Le registrazioni recuperano alcuni frammenti di passaggi sui palcoscenici tra Tennessee, Ohio, California, Texas, Minnesota e New York City per formare l’ennesimo tassello di quella che continua ad essere un’operazione, per alcuni, abbastanza difficile da seguire ma di fondamentale importanza se si punta maggiormente a ridonare la giusta luce alle gesta ormai storiche di uno dei più influenti ed importanti cantautori della scena folk rock e non solo (Young fu anche considerato padrino del grunge per grandissimi dischi duri e scattanti come Ragged glory e il successivo e tellurico live Weld tra gli altri).

Sempre esplorando territori rockeggianti, anche se di stampo effettivamente diverso seppur non così lontano, ritroviamo con piacere i My morning jacket, rock band statunitense tra le predilette di personalità del calibro di Eddie Vedder, che li volle come gruppo spalla in diverse date del tour mondiale del 2006 per i suoi Pearl Jam (tra cui le cinque meravigliose tappe italiane, alle quali è stato dedicato un toccantissimo documentario in dvd, Immagine in cornice, nei cui speciali si può riscontrare anche una esaltante cover di A quick one degli Who proprio in collaborazione con la band d’accompagnamento). Attraverso questo nuovo Circuital, dunque, dopo tre anni di silenzio, la band del Kentucky torna nei negozi di pari passo con una sorta di ritorno al passato relativo ad un certo rispolvero di sonorità più ruvide ed essenziali, progenitrici di un suono più “sporco” ma anche più diretto, in pura sintonia, dunque, con i dettami fondanti del genere preponderante di riferimento.

Ritroviamo con spiccato interesse, infine, cambiando quasi completamente sponda, l’ottimo Joe Jackson, anche se unicamente in veste da performace. È un disco dal vivo, infatti, questo nuovo (non a caso) Live music, prodotto derivante dalla registrazione di alcune delle tappe europee della scorsa tourné del cantautore britannico, archivio dal quale riemergono, sotto l’etichettatura Joe Jackson Trio, le eclettiche soluzioni sonore provenienti direttamente dalle mani dei due fedeli compagni Graham Maby (basso) e Dave Houghton (batteria), già membri portanti della JJ Band originale di fine anni settanta, rivisitando in chiave moderna pietre miliari del loro capo, specialmente per quanto riguarda le innovative composizioni del capolavoro che fu Night and day.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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