Questa settimana nei negozi di dischi

Esterno giorno. Il cielo è limpido, la giornata è calda ma non afosa. Lo scrivente approda sulle rive di San Diego (California) e si incammina lungo la spiaggia. Su, su e ancora su fino ad arrivare a casa Vedder. Lo scrivente bussa con le nocche della mano destra. Apre una bella donna, poco più che trentenne. Lo scrivente chiede se il marito è in casa. La donna risponde di si, il marito è di sopra. Lo scrivente viene invitato ad entrare. Interno giorno. Lo scrivente sale scale, salutando una simpatica bambina giocherellona durante il tragitto. Al termine della scalinata, lo scrivente chiede permesso e viene invitato dal signor Vedder ad entrare in una camera adibita a sala prove e studio di registrazione. Il signor Vedder dice che stava proprio aspettando l’interlocutore, il quale si avvicina mentre il signor Vedder si siede su un divanetto e assume una posa da attesa a capo chino. Lo scrivente prende il fatidico ukulele e, con gesto al contempo sereno, rassegnato e rabbioso, lo frantuma in mille pezzi sul capo del signor Vedder.

Scritta così, altro non è che una immaginaria scena post ascolto dell’ultimo lavoro solista di Eddie Vedder (il signor Vedder della messa in scena), redatta da chi ha vissuto anni e anni al rombo del rock più viscerale e possente, passando anche per i vari esperimenti più che giustificabili ed apprezzabili dei vari componenti della sua band preferita. Nella sostanza, però, potrebbe rischiare di essere la reale ed effettiva reazione che la seconda band prediletta dal protagonista della scena, i norvegesi Motorpsycho, istigano all’uscita e all’immediato primo ascolto del nuovo tellurico e massacrante (in senso più che positivo) capitolo della saga live Roadwork, il quarto per la precisione. Chi conosce già qualcosa della band in questione si chiederà che fine abbia mai fatto, invece, il volume tre. Ebbene, il volume tre altro non è che un Dvd contenuto nella precedente raccolta di videoclip Haircuts e documento assolutamente imperdibile se davvero si vuole cercare di capire che cosa significa davvero stare su un palcoscenico senza troppi giri di parole. Questo volume quattro, dal sottotitolo Intrepid Skronk, presta assolutamente fede all’accenno appena fatto relativamente al saper cogliere “on stage” quello che il proprio compagno sta facendo o che intende fare a partire dalla nota successiva a quella appena emessa. Il tutto incorniciato dalla consapevolezza di poter spaziare tra le acque di un repertorio oceanico, specie per quanto riguarda le ultime tre uscite in studio (le prime con il nuovo batterista Kenneth Kapstad) dalle cui tourné sono state registrate e accuratamente selezionate alcune tappe, inclusa quella di Milano del 2009. Approfondiremo in un secondo momento. Per ora limitatevi a fiondarvi in negozio per divorare questo disco (magari in vinile). E lasciate perdere casa Vedder.

Ma è tempo di uscite, ovviamente, anche per personalità del tutto differenti da quelle fin qui elencate. Circumnavigando le vetrine dei negozi, ci imbattiamo nel nuovo lavoro solista di Thurston Moore, già chitarrista e co-fondatore dello storico agglomerato noise dei Sonic Youth, dal titolo Demolished thoughts. Si tratterebbe, nella sostanza, di un vero e proprio stravolgimento stilistico della propria persona artistica, ovvero di un lavoro, nel complesso, giudicabile come “normale”, se per normale si intende, chiaramente, il voler rispolverare radici sempre e comunque inoffuscabili come quelle che legano l’artista statunitense a personalità eminenti come la buonanima di Nick Drake con tutto il buon folk rock del periodo e la tanto sospirata forma canzone. Probabilmente, considerando una vita totalmente passata all’insegna di una sperimentazione divenuta normalità, questo potrebbe essere considerato come un vero esperimento. Un po’ come, al cinema, lo fu Una storia vera per David Lynch, tanto per fare un esempio.

Scorrendo la vetrina, ci si imbatte anche in un nuovo disco dal vivo di Steve Hackett, Live rails. L’ex chitarra dei rinomati Genesis, infatti, ha dato alle stampe un sunto degli ultimi concerti tenuti in giro per il mondo per il tour di Out of the tunnel’s mouth senza mai disdegnare la propria personale etichettatura progressive di stampo più “seventies” che attualmente rivisitato al comando delle nuove sonorità. Da considerare.

Infine, almeno per il momento, la vetrina offre alle nostre papille auditive anche il nuovo lavoro in studio di Steve Earle, I’ll never get out of this world alive, un buon apparato di carisma e gradevolezza folk, country e blues che fanno dell’artista statunitense una delle migliori conferme di sempre. Che siano i sette matrimoni, i picchi di tossicodipendenza o l’attivismo politico a sviluppare le idee migliori nella testa e nel cuore del cantautore della Virginia, non è dato saperlo. Quello che è dato consocere, invece, è che ci si trova, probabilmente, di fronte ad uno dei migliori dischi della sua produzione più recente, un insieme di ballate sia elettriche che acustiche, deviazioni blues in direzione popolare e voce fraterna che forse è bene assaporare.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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