Questa settimana nei negozi di dischi

Gran bella settimana di uscite, questa entrante. Tra vecchie conoscenze e nuovi introiti audiofonici, ci sarà di certo ampio spazio per criticare aspramente o elogiare lavori dalle sonorità tanto nuove quanto, forse, un tantino ostiche per i palati dei più esigenti o dei meno comprensivi.

Si direbbe, dunque, che questo è proprio il caso del signor Eddie Vedder e del suo secondogenito parto solista Ukulele songs, in arrivo sugli scaffali proprio domani 31 maggio. Stando a quanto già il titolo rende fin troppo esplicito, si tratta di un lavoro molto sperimentale in quanto prevede il solo utilizzo di voce ed ukulele, graziosa ma frastornante chitarrina a quattro corde tanto cara al frontman dei Pearl Jam dai tempi di quella Soon forget contenuta nel capolavoro che fu Binaural (anno 2000), l’ultimo disco davvero memorabile della famigerata band di Seattle. Nell’arco di sedici brani per una durata che a stento sfiora i 40 minuti, dunque, sono, con molta probabilità, gli arrangiamenti affidati agli archi il perno su cui ruota lo spettro di una eventuale monotonia sempre aleggiante in un’atmosfera comunque molto intimista (forse troppo), in cui la calda voce del diretto interessato la fa comunque da padrona nel dare ai suoi versi (come sempre brillanti di luce propria) quel consueto impatto al cuore dell’ascoltatore. Occorre però riflettere sul grado di maturità che coinvolge l’uomo Vedder prima ancora dell’artista. Di esperienze acustiche, il buon Eddie, come l’intera band di provenienza, ne ha da vendere, anzi regalare: è ammissibile, però, fatta eccezione del gioiello che fu la colonna sonora di Into the wild (commissionata ma comunque di enorme valore stilistico), che un ormai dio del rock, maledetto e ribelle, tempestoso e roboante contro i dominatori dell’umanità, scelga di raccogliere alcune delle proprie particolari idee per farne, si, un bell’esperimento ma dotato di profondo e rischioso eccesso di personalismo? Se si considera che i Pearl Jam sono appena tornati in studio, magari la risposta potrebbe essere “si”. Avremo comunque modo di approfondire. Nel frattempo, cari e amati lettori di Wake Up News, fatevi pure avanti con commenti o mail alla nostra redazione qualora vogliate esprimere le vostre considerazioni, vista la portata del personaggio e, soprattutto, dell’esperimento.

Cambiando totalmente genere ed esperimento, troviamo con piacere Destroyed, il nuovo lavoro in studio di firma Moby. L’album, distribuito anche (e, ormai, soprattutto, visto l’andazzo delle vendite discografiche con l’avvento della rete) in formato deluxe comprensivo di un gran bel librone di 128 pagine contenente 55 fotografie scattate dall’artista stesso durante un viaggio in giro per il mondo, si presenta come un’ennesima evoluzione di ingegneria sonora, attitudine a cui l’ex dj statunitense ci ha abituati da sempre e alla quale non si può non rivolgere l’udito, specie se tra le descrizioni tecniche del disco figura l’utilizzo di strumenti analogici d’epoca e il nome degli Abbey Road Studios di Londra come sede di registrazione. Ma può un genio dell’elettronica rinunciare alla rete? Ovviamente no. Perciò, ecco una bella chicca per i fan: nell’annunciare la release dell’album, il buon newyorkese ha deciso di sparare in rete un ep digitale con tre brani in anteprima, ognuno dei quali accompagnato da un cortometraggio a tema di cui lui stesso ha curato la regia. Può non piacere o essere giudicato commerciale, ma, in sostanza, un disco di Moby va sempre ascoltato.

In tema di nuove proposte (anche se non proprio freschissime di approdo) incontriamo i Fleet Foxes, band statunitense di folk rock che salta alla vista anche per il marchio che accompagna la produzione e la distribuzione di questo secondo lavoro in studio, Helplessness blues, ovvero la fatidica SubPop che tanto importante fu soprattutto per l’avvento del grunge di fine ’80 e primi ’90. Aiutati non poco anche da oltre un milione di visite sul Myspace personale, la band di Robin Pecknold e Skyler Skjelset (non a caso originari di Kirkland, un sobborgo proprio della città di Seattle) fa della passione verso Bob Dylan e Neil Young il punto di forza per la stesura e la diffusione di buone composizioni in formato canzone che, però, non rinunciano ad una contenuta ma comunque riscontrabile predilezione per una sorta di sperimentazione semiacustica. Da seguire.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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2 Risponde a Questa settimana nei negozi di dischi

  1. avatar
    Grazia 30/05/2011 a 15:43

    Stefano Gallone, sei sempre il migliore.
    ;-)

    Rispondi
  2. avatar
    Anonimo 30/05/2011 a 18:20

    Addirittura? Beh, grazie. Faccio solo il mio dovere.

    Rispondi

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