Questa settimana al cinema: in sala Vinterberg e “E la chiamano estate” di Paolo Franchi

Abbiamo avuto modo di parlarne anche fin troppo, tanto, forse, da non giovare moltissimo né alla nostra salute psichica né a quella di un regista come Paolo Franchi, tra i più controversi e (a dirla tutta) strani personaggi propri di un certo cinema italiano che fatica sempre più a prendere il largo in un contesto sostanzialmente troppo chiuso e fintamente perbenista, luogo, evidentemente, non ancora (ma quando?) disposto ad accettare non solo nuovi linguaggi ma, a questo punto, anche rinnovate intenzioni più o meno consciamente provocatorie (c’è da chiedersi, allora, quale sia veramente il modello narrativo prediletto da pubblico e stampa, in continuo andirivieni tra desiderio di rinnovamento e conseguente incapacità di accettare certi tentativi di incursione nel più o meno diverso approccio artistico). Questo e molto altro, come già tristemente sappiamo, ha suscitato negli animi generali il discusso, umiliato, bastonato e deriso E la chiamano estate (con Jean-Marc Barr, Isabella Ferrari, Filippo Nigro, Luca Argentero), uscito praticamente sanguinante dalle sale dell’Auditorium per la settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e, proprio oggi, approdato nelle normali sale italiane.

Sanguinante, dolorante ma forte di ben due premi importanti come quello per la miglior regia e la migliore interpretazione femminile (Isabella Ferrari), riconoscimenti chissà quanto provocatori contro la “provocazione alla provocazione” della volgare e vile ilarità tipicamente insita nella maggior parte della stampa (chissà quanto davvero considerabile come) cinematografica italiana. Chiunque, tanto sulla carta stampata quanto attraverso il web, ne sconsiglia la visione. Lo scrivente, invece, vi invita almeno a tentarne la consapevole visione (si spera, almeno in questo caso, non in compagnia di vicini di poltrona particolarmente propensi al riso).

Ciò che, dunque, il film cerca di narrare è la storia di Dino e Anna, quarantenne coppia affetta da problemi di relazione intima dovuti, più che altro, alla particolare predisposizione di lui per una reiterata e inarrestabile pulsione sessuale che trova sfogo esclusivamente al di fuori del rapporto di coppia. Anestesista di giorno e violento “prostituto” compulsivo di notte, Dino si mette alla ricerca di tutti gli ex amanti della compagna per cercare di convincerli a tornare con lei almeno per un momentaneo bisogno di appagare le esigenze sessuali della donna, regalo che lui stesso sente di non riuscire a farle. Anna, a tratti, cede alla corte di qualche altro uomo ma, al contempo, non riesce a distaccarsi dal compagno fino a percepire l’urgenza di sistemare le cose in qualunque modo. Forse, però, è già troppo tardi per riequilibrare l’assetto emotivo sia personale che condivisibile.

Dalla Danimarca, invece, arriva il nuovo lavoro di Thomas Vinterberg (proveniente dalla scuola “dogmatica” di un certo Lars Von Trier per titoli come, su tutti, il premiato Festen), ovvero Il sospetto (con il premiato a Cannes Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkopp), storia di Lucas, uomo con, alle spalle, un divorzio e il desiderio di dare avvio ad una nuova vita in compagnia del figlio Marcus e di una nuova compagna. Maestro di asilo, è adorato sia dai colleghi che dai bambini, specialmente dalla piccola Klara, figlia del suo migliore amico. Quando, però, Lucas, con la sua solita dolcezza e gentilezza, rifiuta un regalo amoroso da parte proprio della piccola Klara, invitandola a consegnarlo ad un bimbo della sua età, la bambina rimane offesa e, per ripicca, racconta alla preside di aver ricevuto da lui molestie sessuali, atto che rovinerà drasticamente la vita di Lucas trasformandolo in vera e propria preda per l’intera comunità.

Tornando in casa nostra, non passa inosservato il ritorno all’horror del maestro Dario Argento, anche se in chiave ormai affievolita in termini di soluzioni sia visive che narrative, a partire, infatti, dalla stessa scelta di riproporre una storia già letta, riletta, vista e rivista ormai da qualche secolo. Il suo Dracula 3D (con Thomas Kretschmann, Marta Gastini, ovviamente Asia Argento e addirittura Rutger Hauer nei panni di Van Helsing), infatti, potrebbe più essere inteso come un desiderio di sperimentare la terza dimensione che una vera intenzione di proseguire la propria già brillante (anche se, per molti, chiusa da tempo) carriera filmica. Ad ogni modo, il film ripropone, anche se in ordini diversi, quanto già narrato in diverse occasioni precedenti (Coppola in primis): Jonathan Harker trova lavoro nella biblioteca del castello del conte Dracula e la sua novella sposa Mina si mette in viaggio per raggiungerlo. Facendo tappa in casa dell’amica Lucy, Mina scopre di trovarsi in un luogo in cui vige il terrore di un lupo mannaro che ha appena ucciso brutalmente una ragazza. Al contempo, Lucy si ammala di una malattia inspiegabile e ne rimane uccisa. Dopo aver incontrato il conte ed essere stata da lui affascinata, Mina nutre sempre maggiori sospetti riguardo gli accadimenti del luogo, tanto da affidarsi al buon Abraham Van Helsing, unica persona disposta a spiegare e porre rimedio a tutte le stranezze circostanti.

Di genere differente e, di certo, di maggior carica visiva e narrativamente pulsionale è End of Watch (di David Ayer, con Jake Gyllenhall, Michael Pena, Anna Kendrick), storia di Bryan e Mike, due duri poliziotti in servizio a South Central Los Angeles, uno dei quartieri più difficili e pericolosi della città. Amici fraterni più che colleghi, i due riescono a porre rimedio alle soluzioni più disparate, fino a quando, però, rimarranno immischiati in un cartello malavitoso ben più grande delle loro abilità risolutive.

Rientrando nei ranghi italiani, una produzione ben più leggera rispetto all’offerta generale è Il peggior Natale della mia vita (di Alessandro Genovesi, con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Antonio Catania, Diego Abatantuono), pellicola che affronta le tipiche tematiche natalizie pur basandosi su fattori tragicomici legati al buon Paolo, quarantenne fresco di matrimonio con Margherita, al nono mese di gravidanza. Entrambi sono ospiti, per le vacanze natalizie, nella grande e lussuosa casa dei suoceri. Per Paolo, però, sbadato com’è, non appare difficile cominciare a combinare una serie di catastrofi involontarie.

Dalla Francia, infine, arriva il film d’animazione Un mostro a Parigi (regia di Bibo Bergeron, con le voci italiane, tra gli altri, di Enrico Brignano, Arisa e Raf), cartoon ambientato nella Parigi del 1910 e incentrato su Raoul ed Emile i quali, nell’atto di effettuare una consegna in un giardino botanico all’occorrenza tramutabile in laboratorio per esperimenti, mescolano involontariamente due composti (uno per ingrandire e l’altro per vellutare le corde vocali) bagnando una pulce che, naturalmente, trasformata in enorme bestia, fugge per la città creando scompiglio. Inseguita dalle forze dell’ordine, la bestia incontra Lucille, la quale resta conquistata da dalla nobiltà d’animo che fuoriesce dalle sue acquisite doti canore e non ci pensa due volte ad ingaggiarla nel suo spettacolo.

Buona visione.

Stefano Gallone

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