Questa settimana al cinema: il vecchio Clint “di nuovo in gioco”

Malgrado resti ancora da analizzare profondamente il motivo del suo attaccamento quasi viscerale alle non-politiche preventive di un certo miliardario di nome Mitt Romney (ricorderete bene il siparietto, purtroppo per lui, anzi loro, non poi così tanto fruttuoso), il buon vecchio Clint Eastwood (già noto anche per i suoi precedenti appoggi a gente come, su tutti, ad esempio, Ronald Reagan) torna sullo schermo in veste di attore protagonista seppur non in combinazione con la sua solita posizione registica. A ricevere un comunque così elevato pregio è Robert Lorenz (longevo ed instancabile lavoratore proprio presso la Malpaso Productions dello stesso Eastwood, per la quale ha sempre curato ogni aspetto produttivo e divulgativo), anche se l’idea è, probabilmente, quella di un film poco assorbito che, forse (chissà), il buon vecchio Clint non ha necessariamente voluto girare di suo. Ad ogni modo, Di nuovo in gioco (con Chelcie Ross, Ed Lauter, Amy Adams, Justin Timberlake) sembra comunque essere un gradevole (chissà quanto, però) excursus nel mondo del baseball (in questo senso, di caratura migliore era un film come Moneyball) sulla base della storia di Gus, uno dei migliori scout esperti in materia che, ormai anziano e sempre più in deficit di vista, proprio a causa dei suoi difetti di età rischia di perdere il posto prematuramente. Sua figlia Mickey, però, si rende disponibile ad accompagnarlo nel North Carolina per affiancarlo nella difficile decisione riguardante il talento di un giovane battitore: sarà davvero un campione? Il nocciolo della questione, però, sarà il tentativo di ristabilire un rapporto tra i due, in bilico fin dalla giovane età di lei, periodo in cui all’affetto familiare, il padre preferiva le trasferte con la propria squadra.

Hollywood, però, finalmente tira fuori un altro prodotto ben più atteso del precedentemente indicato. Si tratta, infatti, di Lawless (regia di John Hillcoat, già resista di The road, dall’omonimo capolavoro di Cormach McCarthy), gangster movie dal cast d’eccezione per nomi squillanti quali Tom Hardy, Guy Pearce, Gary Oldman, Jessica Chastain o Shia LaBeouf dal lato interpretativo e un certo Nick Cave a supportare le danze in sede di scrittura preventiva così come, naturalmente, di colonna sonora portante. Siamo in Virginia nei primi anni del proibizionismo. I fratelli Bondurant distillano e vendono clandestinamente alcolici senza, però, entrare in colluttazione con altre famiglie di gangster che si fanno la pelle pur di ammucchiare quattrini su quattrini. Ma l’arrivo da Chicago di Charlie Rakes, corrotto e feroce rappresentante della legge, metterà i fratelli sulla strada dissestata di una guerra inevitabile, tanto da fare degli stessi fuorilegge dei veri e propri eroi.

Per quanto riguarda, invece, le produzioni italiane, non è da sottovalutare un certo bacino produttivo non poi così irrilevante. Ecco, dunque, approdare in sala almeno un paio di pellicole potenzialmente interessanti. In primo luogo, Itaker – Vietato agli italiani (regia di Toni Trupia, già sceneggiatore e aiuto regista per Michele Placido, con Francesco Scianna, Monica Birladeanu, lo stesso Placido, Pietro Bontempo), dopo alcune polemiche riguardanti la sua mancata partecipazione a quasi tutti i festival cinematografici italiani, si pone come ammirevole prova registica (seppur opera seconda dopo una prima esperienza non distribuita) incentrata sulla fredda Germania industriale degli anni ’60, piena di italiani e turchi in condizioni disperate. Grazie anche ad una fotografia che rende l’ambientazione non molto distante, concettualmente, da quella percepibile attualmente nel contesto nostrano, Trupia narra di Pietro, un bambino di nove anni rimasto solo in seguito alla scomparsa della madre; il piccolo è in viaggio con uno sconosciuto di nome Benito, il quale ha promesso di riportarlo dal padre emigrato, appunto, in Germania. Quella dell’uomo, però, è solo una scusa per ottenere un passaporto altrimenti irraggiungibile; perciò, sarà lui stesso a cercare di sbarazzarsi della non più gradita compagnia infantile, lasciandolo in balìa di se stesso e delle intemperie sociali che lo circondano in un ambiente estremamente ostile.

L’altra pellicola italiana che, malgrado un rischio di stereotipizzazione attoriale, potrebbe risultare interessante, è Cosimo e Nicole (regia di Francesco Amato, con Riccardo Scamarcio, Clara Ponsot, Paolo Sassanelli), direttamente dalla settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. L’ambientazione è quella del tristemente noto G8 di Genova: un ragazzo italiano soccorre una ragazza francese colpita da un poliziotto e, subito, tra i due nasce l’amore (non proprio il massimo del realismo). Tempo dopo, i due tornano in Liguria e trovano lavoro presso il service musicale di Paolo, organizzatore di concerti (cameo degli Afterhours) conosciuto proprio in quel sanguinoso luglio del 2001. Quando, però, un immigrato clandestino rimarrà vittima di un incidente proprio su quel posto di lavoro, entrambi dovranno effettuare scelte che cambieranno per sempre le loro vite.

Infine, un’altra considerevole produzione italiana potrebbe essere rappresentata da Una famiglia perfetta di Paolo Genovese (già apprezzato soprattutto per l’ottima documentazione nazionale offerta in Viaggio in Italia e la buona concezione commediografa sviluppata in Immaturi). Anche qui, stavolta tradotto in cittadinanze italiana, è presente un cast d’eccezione con nomi come Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini o Carolina Crescentini. La storia è quella di Leone, potente e ricchissimo cinquantenne malato di solitudine, il quale pensa bene di affittare una compagnia di attori per far loro interpretare i vari membri della famiglia che non ha mai avuto in procinto delle festività natalizie. Finzione e realtà, però, cominceranno ben presto a mescolarsi fin quando non farà irruzione un personaggio non previsto dal copione che provvederà a cambiare bruscamente tutte le carte in tavola.

Buona visione.

Stefano Gallone 

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