Questa settimana al cinema

Sembra proprio di vivere un periodo sostanzialmente prolifico in questo momento di passaggio verso atmosfere climatiche primaverili. Un sospiro di sollievo lo si può tirare soprattutto guardando certe produzioni italiane, magari non del tutto undeground e, di conseguenza, non proprio dense di un contenuto linguisticamente avanzato, ma di certo contenenti quella sostanza e quel fondamentale contenuto tematico in definitiva mai perso del tutto al di qua del confine tricolore.

Come non sottolineare su tutti, dunque, l’importanza culturale ed artistica dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, autori dell’ottimo Cesare deve morire, premiato con l’Orso d’Oro in quel di Berlino, riconoscimento che non parlava la lingua italiana da ben 21 lunghissimi anni (l’ultimo compatriota a riceverlo fu Marco Ferreri per La casa del sorriso). Ambientato tra le mura del carcere di Rebibbia, in Roma, e fondamentalmente impostato come importante docu-fiction, il film eleva a protagonisti i reali detenuti del luogo, impegnati a prepararsi per una messinscena del Giulio Cesare di Shakespeare. Flashback: sei mesi prima, il direttore del carcere espone loro il progetto teatrale che intende portare avanti e al quale i detenuti non si sottraggono. Fanno seguito i vari momenti di preparazione che culminano nelle prove generali. Una volta assegnati i ruoli, viene chiesto ad ognuno di loro, significativamente, di imparare la propria parte traducendola, però, sulla scena, nel proprio dialetto di origine.

Ancora di provenienza italiana, anche se impostato su differenti basi strutturali e tematiche, è Henry di Alessandro Piva (con Claudio Gioè, Carolina Crescentini, Pietro De Silva), storia incentrata sulle vicende del commissario Silvestri, marito di una donna dotata di spiccata intelligenza e prossima a donargli un figlio, ma coinvolto in un caso di duplice omicidio da risolvere al più presto e sul suolo di una Roma sempre più oscura e calata in spaccio di droga e prvazioni di vite come se si trattasse di mosche. La sua indagine, però, incrocia le vite di Nina e Gianni, due giovani coinvolti nell’assassinio di uno spacciatore e di sua madre. I due giovani provano a collaborare tentando, dunque, di uscire da una situazione ben più grande di loro. Nel frattempo, però, clan malavitosi si muovono alle loro spalle per conquistare il mercato dell’eroina. Spetterà a Silvestri, allora, fare ordine per incastrare i colpevoli. Il prezzo da pagare, però, sarà molto alto.

Approdando su sponde ben più mainstream, poi, arriva in sala il primo tentativo di “Harry Potter” Daniel Radcliffe di dimostrare di essere un attore a tutti gli effetti (ne sarà davvero capace?). The woman in black, dunque (regia di James Watkins), tratto dall’omonimo romanzo gotico di Susan Hill, spara il non più maghetto in una Londra oscura e sinistra, nella quale l’avvocato Kipps vive con il figlioletto di tre anni e una governante. Recandosi, però, per conto del suo studio legale, in uno sperdito villaggio della brughiera inglese per sbrigare alcune questioni lavorative, scopre ben presto che quel posto tiene nascosta una terrificante leggenda di cui tutti gli abitanti temono la peggior sorte. Deciso ad andare a fondo della questione, dunque, Kipps dovrà fronteggiare le apparizioni di una donna strettamente connesse alla morte improvvisa di alcuni bambini.

Sul versante commedia ma di risvolto drammatico, invece, 50 e 50 (regia di Jonathan Levine, con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Bryce Dallas Howard, Angelica Huston) passa in rassegna la vita del ventisettenne Adam, un’esistenza del tutto tranquilla, forse anche troppo. A complicare di molto le cose, dunque, arriva la peggior notizia che avesse mai potuto aspettarsi: è malato di cancro. Da quel momento in poi, il giovane entra in uno stato di accettazione assolutamente passiva della malattia da cui, però, nessuno cerca di scuoterlo. Anzi: la sua ragazza lo tradisce, il suo migliore amico non lo sostiene pur essendo persona di spirito e la sua terapista si dimostra abbastanza fredda a livello umano. Adam continua a nascondere a se stesso, allora, rabbia, paura, frustrazione e tutti i sentimenti che la malattia provoca e porta con sé. Sarà proprio il dover affrontare la malattia attraverso chemioterapia e fasi attinenti che il ragazzo riuscirà ad effettuare una seria e determinata cernita rwlativa alle persone che effettivamente contano per ciò che potrebbe rimanere della sua esistenza.

Toccando il tasto thriller, torna sul grande schermo Denzel Washington, stavolta in un ruolo di fatto temibile, ovvero quello del protagonista di Safe house – Nessuno è al sicuro (regia di Daniel Espinosa, con Ryan Reynolds, Sam Shepard, Vera Farmiga), storia di Tobin Frost, latitante da dieci anni ed ex agente della CIA in possesso di un microchip con documenti molto compromettenti. Catturato e condotto nella Safe House gestita da Matt Weston, un ufficiale deciso a migliorare la propria posizione lavorativa, viene sottoposto ad interrogatorio ma un gruppo di mercenari fa irruzione nel tentativo di uccidere la pericolosa spia che riesce comunque a fuggire. Ne nasce una continua toccata e fuga tra giochi sporchi ed eterna miscela tra buoni e cattivi, bene e male.

Ancora dalla scorsa edizione del Festival del Film di Roma, stavolta dalla sezione “L’altro cinema – Extra” saggiamente organizzata e condotta dall’ottimo Mario Sesti, arriva sui nostri schermi anche il bel docu-fiction Project Nim (regia di James Marsh, con Herbert Terrace, stephanie LaFarge, Jenny Lee). Agli inizi degli anni ’70, lo scienziato comportamentista Herbert Terrace, docente alla Columbia University, partendo dal concetto che circa il 98,7% del dna degli esseri umani coincide con quello degli scimpanzé, decide di rendere verificabile la possibilità di insegnare loro a il linguaggio dei segni. Per fare ciò, avvia quello che chiama “Project Nim”, ovvero il nome dato al piccolo scimpanzé preso come cavie principale, sottratto alla madre per essere assegnato ad una famiglia che, però, si mostra impreparata ad accoglierlo. Portato, dunque, l’animale in una casa di campagna oltre New York, l’esperimento continua ma senza offrire buoni risultati.

Per volgere al termine, infine, questa nostra consueta carrellata, non possiamo non segnalare il nuovo lavoro in pellicola del mitico Carlo Verdone (per quanto alcuni dei suoi ultimi film siano effettivamente abbastanza discutibili), vale a dire Posti in piedi in Paradiso (con Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti), in cui tre uomini divorziati e molto diversi sia per carattere che per abitudini decidono di convivere in un fatiscente appartamento romanoper far fronte alle difficoltà economiche scaturite dall’attuale crisi nazionale. Un ex produttore discografico ora commerciante di vinili, un ex critico cinematografico ora semi-giornalista di gossip e un agente immobiliare col vizio del gioco e delle donne, dunque, si ritrovano a fare i conti con i loro stessi difetti fino a che uno di loro viene colto da malore e curato da una stramba cardiologa con profondi problemi sentimentali.

Buona visione.

Stefano Gallone

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