Questa settimana al cinema

In piena scia con un rinnovato interesse nell’entrare in una sala cinematografica (almeno dove i prezzi non sono così improponibili, motivo per il quale soprattutto le sale di seconda visione e d’essai stanno un po’ risorgendo) in un periodo di confermato fermento per le produzioni cinematografiche internazionali, arriva finalmente sugli schermi italiani Melancholia, ovvero il nuovo lavoro del tanto discusso ma altrettanto maestro danese Lars Von Trier. In molti ricorderanno le non proprio felici esternazioni in quel di Cannes, nella cui conferenza stampa il buon cineasta ebbe l’infelice idea di scegliere (in un momento tutto sommato tranquillo di cordiale scambio tra domande di addetti alla stampa e risposte dei diretti interessati riguardo il film in questione) di (non si sa per quale preciso motivo) rendersi “comprensivo” nei confronti dello storico sterminatore nazista Adolf Hitler. Ovviamente, il regista fu bandito dalla kermesse ma il film ottenne comunque una meritatissima Palma d’Oro in riferimento a Kirsten Dunst come artefice della miglior interpretazione femminile. Mettendo, quindi, da parte l’ennesimo tentativo mal riuscito di scandalizzare chissà chi e chissà su e con che cosa, per quanto ci riguarda sarà molto meglio accantonare il Von Trier rompiscatole e superomista per mantenere il suo versante puramente cinematografico. Solo allora si potrà apprezzate quello che si prospetta essere uno dei migliori film della stagione (e non solo per via del cast stellare, tra cui spiccano figure di primissima linea come Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt o Udo Kier). Justine è una giovane donna fresca di matrimonio. Proprio durante la festa di nozze organizzatale dal cognato e dalla sorella Claire, la ragazza, fino ad allora sorridente, comincia ad avvertire un profondo senso di disagio che, in più occasioni, la spingerà ad allontanarsi dai festeggiamenti provocando lo sconcerto di molti dei presenti, compreso il marito. Ben presto, però, si scopre che quello di Justine non è solo un malessere personale: si tratta di qualcosa che ha a che fare con un eventodi proporzioni smisuratamente maggiori. Il pianeta Terra, infatti, sta per entrare in rotta di collisione con un pianeta sconosciuto, denominato Melancholia, che, nonostante il mondo della scienza inviti all’ottimismo, incrementa sempre di più il reale rischio di collisione e di conseguente distruzione totale del globo terrestre. Imperdibile.

Contemporaneamente arriva dall’Iran, invece, un film di importanza non meno considerevole. Si tratta, dunque, di Una separazione (regia del pluripremiato Asghar Farhadi, con Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi), storia di Nader e di sua moglie Simin, una coppia in via di divorzio. Il motivo di una simile decisione consiste nel fatto che, dopo aver ottenuto il permesso di espatrio per andare alla ricerca di una tanto sospirata maggiore fortuna, Nader si rifiuta di partire: suo padre è malato di Alzheimer e lui ritiene di avere il dovere di restare per aiutarlo, lasciando libera la moglie di andarsene, se vuole. Simin, allora, lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la figlia resta con il padre. Ma occorre assumere qualcuno che si occupi del padre mentre Nadar è a lavoro: viene, dunque, assunta una donna incinta e con una figlia di cinque anni. Nel giorno in cui la donna si assenta dall’anziano malato, una discussione con Nadar la fa cadere per le scale facendole perdere il bambino.

Oltre al sostanzialmente boicottabile Paranormal activity 3 (regia di Ariel Schulman ed Henry Joost, con Katie Featherston, Sprague Grayden, Mark Fredrichs), francamente ancora più inutile dei suoi predecessori vista la scarsa sostanza attribuibile a qualsiasi film appartenente a questa specie di derivazione horror psicologica dopo il primo The Blair whitch project, fa specie vedere un signor attore del calibro di Kevin Bacon prestare il suo tempo e la sua energia (e il suo portafogli) a film come Super (regia di James Gunn, con Kevin Bacon, Ellen Page, Liv Tyler, Rainn Wilson), poco attraente storia di Frank, un giovane follemente innamorato della sua tormentata moglie Sarah che, però, lo lascia per andare tra le braccia di Jacques, un trafficante di droga. Tale evento fa scatenare l’ira di Frank che si trasforma in un vero e proprio supereroe che avvia una personale battaglia contro la criminalità di cui Jacques è a capo.

Maledicendo chi ha il coraggio di pagare un biglietto per vedere Matrimonio a Parigi (regia di Claudio Risi, con Massimo Boldi, Anna Maria Barbera, Biagio Izzo, Massimo Ceccherini), una maggiore considerazione meriterebbero altri due film di provenienza italiana di ben più largo spessore. Cavalli, infatti, (regia di Michele Rho, con Vinicio Marchionni, Michele Alhaique, Giulia Michelini, Duccio Camerini), tratto dall’omonimo romanzo di Pietro Grossi, è ambientato alla fine dell’ottocento in un paesino degli appennini, nel quale si sviluppa la vicenda che vede protagonisti Alessandro e Pietro, due fratelli di diverso carattere ma molto legati tra loro, che, una volta venuta a mancare la madre, ricevono solo due cavalli non ancora domati dei quali devono prendersi cura. L’evento separerà i due: uno sceglierà la città, l’altro opterà per restare in campagna al fianco di un addestratore di cavalli. Bar sport, invece, (regia di Massimo Martelli, con Claudio Bisio, Giuseppe Battiston, Antonio Catania, Angela Finocchiaro, Lunetta Savino), è una esilarante commedia basata sul concetto stesso di bar in quanto entità astratta (oltre che locale fisicamente esistente) nella quale hanno sede, in ogni paese, mentalità e soggetti con spiccate caratteristiche al limite della follia. Più che un punto di ritrovo, dunque, il bar diventa una sorta di luogo dell’anima che accomuna in un unico spazio un universo enorme di situazioni e personaggi rari da incontrare in luoghi con diverse caratteristiche urbane.

Infine, degno di considerazione sembra essere un’altra commedia (irlandese) di matrice, però, lievemente più amara e dissacrante. Si tratta di Un poliziotto da happy hour (regia di John Michael McDonagh, con Brendan Gleeson, Don Cheadle, Liam Cunningham), introspezione satirica nei panni del sergente Gerry Boyle, un poliziotto di provincia irlandese con la predilezione per le prostitute e assolutamente nullatenente nei confronti di qualsiasi interesse a contrastare la malavita organizzata, neanche quando un contrabbando internazionale di cocaina, mediato da un suo collega, l’agente dell’FBI Wendell Everett, arriva a bussare alla sua porta.

Buona visione.

Stefano Gallone

 

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